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Francesco Brunelli

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 Francesco Brunelli

 

a cura di IniziazioneAntica


 

Gli Articoli di Francesco Brunelli - PDF

il Libro di Brunelli "Il Martinismo e l'Ordine Martinista" - PDF


 

Premessa

  

Durante il 1960, sull’onda d’unione proveniente dalla Francia, i due principali rami del martinismo italiano - l’Ordine Martinista detto “di Venezia” di derivazione saint-martinista e papusiana (linea Gastone Ventura alias “Aldebaran”, 1906-1981) e l’Ordine Martinista degli Eletti Cohen di derivazione martinezista e legata a Robert Ambelain (1907-1997) (linea Francesco Brunelli alias “Nebo”, 1927-1982) – si fondono nel 1962 dando luogo a un unico organismo.  Contrariamente a quanto avvenuto in Francia ( un unico Ordine Martinista, ma diviso in una parte propriamente martinista e “cardiaca” con i gradi di Associato, Iniziato, Superiore Incognito e Superiore Incognito Iniziatore, presieduta da Philippe Encausse 1906-1984, e in una parte più propriamente martinezista “teurgica”, fino al grado di Reaux-Croix e con Gran Commendatore Robert Ambelain ) in Italia si verifica una situazione insolita: l’ordine è formalmente unico, ma sono attivi solo i quattro gradi propriamente martinisti in comunione con quelli francesi di Philippe Encausse; alla Gran Maestranza perviene Gastone Ventura e Francesco Brunelli ne diventa il vicario. Considerando però che Brunelli continua ad agire verso alcuni membri come Gran Maestro degli Eletti Cohen, dando loro una ritualità separata e marcatamente operativa, e che inoltre è pure a capo di un Rito massonico di Memphis-Misraim in contrasto con quello di Ventura e della Chiesa Gnostica Italiana, i contrasti con Ventura aumentano con il passare del tempo fino al 1971, quando avviene la rottura definitiva. In seguito a questi avvenimenti Francesco Brunelli costituisce dapprima una Comunità di Liberi Iniziatori, quindi - rinunciando a ripristinare l’Ordine Martinista degli Eletti Cohen in tutti i suoi gradi - dà vita a un nuovo ordine chiamato inizialmente Ordine Martinista di Lingua Italica e - dal 13 settembre 1974 - definitivamente “Ordine Martinista Antico e Tradizionale”, con l’intenzione chiara di rifarsi alla sola tradizione che vede nel martinismo primitivo e in Jacques Martinez de Pasqually (1727-1774) i punti di riferimento. Il “Sacramentario Segreto” e gli altri libri interni preparati per l’Ordine da Brunelli hanno un tono inequivocabilmente martinezista: comprendono consacrazioni per l’acqua, il sale, la cenere e il fuoco, esorcismi per i quattro elementi, orazioni degli elementali (ondine, silfidi, salamandre e gnomi), formule di sacralizzazione degli strumenti (l’alba, il cordone, i sandali, la tovaglia, il pugnale e la spada, l’inchiostro, l’incenso), riti di catena, e individuali. Prescrizioni minuziose riguardano l’abbigliamento, la dieta, i digiuni, i luoghi e i tempi delle operazioni magiche. È prevista l’evocazione di geni e spiriti, desunti da Martinez e da altre fonti. Brunelli si trovava peraltro al centro di un complesso intreccio di organizzazioni esoteriche, alcune delle quali più orientate all’alchimia interna ( non va dimenticato l’influsso del gruppo Kvmris di Bruxelles, una branca del papusiano Gruppo Indipendente di Studi Esoterici divenuta autonoma, con un forte interesse per la magia sessuale, né della tradizione italica di Giuliano Kremmerz ovvero Ciro Formisano, 1861-1930, pervenutagli attraverso Luigi Petriccione alias Caliel, 1928-1995, e le cui dinamiche “interne” sono evidenti nel Liber T-Uno, appunto di ispirazione kremmerziana ) oltre a una ritualità martinezista non disgiunta dallo studio di Louis-Claude de Saint-Martin 1743-1803. Nell’Ordine di Brunelli, primo Gran Maestro è eletto “Aloysius” ovvero Luigi Furlotti, 1909-1972, che regge l’Ordine fino alla sua morte, il 29 aprile 1972. Gli succede nel settembre 1972 “Nebo” cioè Francesco Brunelli, che fino al 1982, anno della sua scomparsa insieme al suo infaticabile Gran Segretario “Ioram” ovvero Mario Bottazzi, †1993 ristruttura l’Ordine. È definito il corpus dei “Quaderni” con la docetica e la pratica rituale per ogni grado; si redige una piccola rivista interna  “La Tradizione Esoterica” che dura fino al decesso di Bottazzi,  e si danno alle stampe traduzioni di opere francesi sul martinismo. Dopo Brunelli, è eletto “Libertus” ovvero Renato Comin, che regge l’Ordine fino alle sue dimissioni, nel 1984. Il Collegio dei Superiori Incogniti Iniziatori si riunisce allora a Roma  il 2 dicembre 1984  per l’elezione del sostituto. Al momento della votazione alcuni dei presenti, che vogliono porre temporaneamente in sonno l’Ordine, escono dalla sede non partecipando così all’elezione. Uno di questi, “Johannes Carolus” cioè Giancarlo Seri, con alcuni dei dissidenti, aprirà nel 1990 l’Ordine Martinista Iniziatico. Dalla votazione risulta eletto con quindici voti su diciassette “Giovanni” ovvero Fabrizio Mariani, conosciuto dall’aprile 1985 con lo pseudonimo “Giovanni Aniel”. Con la nuova maestranza comincia il periodo del dopo Brunelli, con la ricerca di una nuova identità più strettamente martinista, fissandone i punti in una Magna Charta ed eliminando le pratiche di stampo kremmerziano introdotte a suo tempo da Brunelli sotto l’influenza di Petriccione. Si stabilisce definitivamente la Gran Maestranza a vita e, in questa fase di revisionismo, il Gran Maestro ipotizza la piena eguaglianza docetica-iniziatica-amministrativa della donna, una novità nella storia del martinismo italiano, dove la donna poteva accedere solo fino al grado di Superiore Incognito. Su quest’ultimo punto, Mariani si trova in minoranza e nel Convegno di Segni a Roma, nell’aprile del 1992, presenta le sue irrevocabili dimissioni. In conseguenza di ciò e a termini di statuto, sono indette le nuove elezioni, che si tengono a Roma nello stesso anno e dalle quali risulta eletto l’attuale Sovrano Gran Maestro “Amorifer” ovvero Mauro Bargellini. Alle elezioni non partecipano alcuni membri fedeli al precedente Gran Maestro, che ha nel frattempo ritirato le sue dimissioni. Tale gruppo costituirà in seguito l’Ordine Martinista Universale. Con il nuovo Gran Maestro è dato nuovo impulso al processo di analisi dell’Ordine e delle sue fonti; sono rivisti e corretti tutti i “Quaderni” dei vari gradi; si procede a selezionare con particolare rigore l’ingresso dei nuovi associati e gli avanzamenti di grado all’interno dell’Ordine. La docetica fa riferimento agli insegnamenti e alle finalità già fissate dai maestri: Martinez de Pasqually, Saint-Martin, e Jean-Baptiste Willermoz (1730-1824). Per andare alle origini di questo insegnamento, inizia una rivisitazione di Platone in quanto ritenuto capofila della tradizione iniziatica mediterranea. La pratica ha notevole importanza e segue l’impostazione martinezista, già data da Brunelli, nei ritmi giornalieri, lunari e solari a seconda dei gradi. Con i nuovi Quaderni, si è dato inoltre ampio spazio anche alla “seconda via” o “via cardiaca” della quale si era sempre parlato, ma di cui mai erano state date tecniche pratiche di sviluppo individuale. Il 28 aprile 2007 la Gran Maestranza dell’Ordine si reca a Bucarest, in Romania, dove inizia 5 nuovi Associati ed un Superiore Incognito, segnando così lo storico approdo in terra Rumena dell’Insegnamento Martinista [1].  

 Sacramentario Segreto e Chiave dei Riti - OMAT


Copertina
Introduzione p.1
Introduzione p.2
Indice p.1
Indice p.2

 

 

Il Libro di Brunelli "Il Catechismo Gnostico del Patriarca Valentino II" - PDF

Il Libro di Brunelli "La Dottrina dei primi Gnostici" - PDF

Raccolta di Volumi scritti da Brunelli - PDF

Brunelli, Risponde sulla Massoneria - PDF

Brunelli, Prospettive di Lavoro Esoterico - PDF

Brunelli, sull'Ordine degli Eletti Cohen - PDF

 

 

Dove Porta il Martinismo

di

Francesco Brunelli

 

  

Vi sono delle accuse che sovente si fanno all’Ordine Martinista e tra queste la principale è che troppo si discute e poco si opera in senso verticale come s’esso fosse una specie di teosofismo o di circolo spiritualista. Vorrei subito dire che per quanto concerne la mia esperienza e la mia conoscenza ultraventennale in questo campo, tale giudizio sommario è piuttosto immeritato. É vero, diciamolo francamente, che in molti gruppi non viene svolto alcun lavoro, né orizzontale, né verticale intendo, e che molti Martinisti non sanno neppure cosa voglia dire Martinismo. In altri raggruppamenti prevale il devozionismo verso qualche Maestro passato, vedi per esempio il culto del Maestro “Filippo” in Francia, in altri il lavoro assume tinte ed aspetti massonici che nulla hanno a che vedere con il nostro Ordine.

 

Quale dunque dovrebbe essere la tipologia di lavoro di un gruppo se il Martinismo veicola qualche cosa di valido?  

E la risposta è semplice:  

Iniziatica ed Operativa, seguendo una didattica che non è quella del mondo profano. Iniziatica quando esercita una funzione introduttrice ai misteri mediante la creazione di un uomo “nuovo” dapprima “denudato”, poi “rivestito” poi messo in condizioni di vedere e di muoversi verso la Luce sino ad identificarsi con essa mediante i suoi sforzi personali. Operativa quando determina un campo magnetico, attraverso un effettivo lavoro di catena - che ha delle regole semplici, ma rigidamente meccaniche - e non una catena diciamo... poetica, sognante, utopica (come è in realtà in certi tipi di Ordini iniziatici oggi, anche Martinisti). Tale campo magnetico agendo in armonia con le forze cosmiche, spinge necessariamente alla realizzazione della propria reintegrazione favorendo l’ascenso e contribuisce alla reintegrazione universale. Reintegrazione individuale e generale: i due obbiettivi, i due scopi irrinunciabili del Martinismo di tradizione. Ricordo un lavoro di Sette S:::I:::I:::[2] dal titolo “Meditazione sul Martinismo e sui doveri dei Martinisti” che mi fece personalmente portare a termine, sull’onda delle verità ivi enunciate, degli appunti sul lavoro esoterico che diffusi ebbero un notevole successo. Bene, in quella meditazione di Sette, sono contenuti i germi del senso del lavoro operativo collettivo dell’Ordine che si allinea (magari con tecniche differenti da quelle adoperate dai Martinezisti della prima ora, ma la tecnica è un mezzo e non uno scopo) e che traduce l’oscurità del linguaggio di Martinez, a quell’Opera invano tentata dal Pasqually. Ma sulla tipologia del lavoro collettivo della nostra Comunità si parlerà altrove, qui ci limiteremo a studiare quali sono i limiti cui porta il Martinismo e se limiti vi sono. Praticamente lo scopo del Martinismo è quello della reintegrazione individuale ed universale. Su questi scopi dovremo soffermarci, a parer nostro, per chiarire la terminologia usata e con essa la problematica che ci siamo posti. Noteremo innanzi tutto che esistono due scopi, l’uno strettamente legato all’altro e interdipendenti: il primo è la riconciliazione e la reintegrazione individuale, il secondo è la reintegrazione universale. Questi termini sono stati usati dai nostri Maestri e scorrendo la letteratura Martinista si incontrano ovunque, essi inoltre coincidono con altrettanti termini e con altrettanti scopi dei gruppi iniziatici più riservati sia occidentali che orientali, indipendentemente dalle tecniche da questi usate. I termini “riconciliazione” e “reintegrazione” presuppongono una scelta iniziale che l’iniziando compie, quella della accettazione puramente teorica e quindi non pratica e pertanto ipotetica delle tre differenti maniere di cominciare a considerare l’essenza dell’uomo. Pasqually agiva in un contesto cristiano e pertanto non poteva assolutamente che usare una didattica che partisse dall’abito culturale dei suoi adepti, Louis-Claude de Saint-Martin viveva più addentro in questo habitat ed accentua tale aspetto, ma il saggio deve comprendere il reale significato delle cose attraverso i veli e le nebbie emananti dalla umanità, dalla sua cultura, dalla civilizzazione che in “quel momento” sta vivendo. In effetti sia che si usi un linguaggio od un’altro le cose non cambiano! Si tratta solo di prendere coscienza, di essere iniziati al fatto che in potenza ciascuno qui in basso, può porsi in grado di affermare “Io sono Io, Colui che è, che è stato e che sarà”. Il linguaggio Martinista è quello della “caduta”, il linguaggio Kabbalista, adombrato nella dottrina di Martinez e chiaramente espresso nelle sue tecniche è quello della “emanazione”. Ambedue presuppongono un ritorno. É su questo “ritorno” su questa “ridivinizzazione” di una essenza degradata attraverso non importa quali o quanti “piani” o “sfere”, che si pone l’interrogativo che ora non interessa più il Martinismo come dottrina, ma l’Ordine come organizzazione in possesso di una filiazione iniziatica ed agente mediante questo ed in virtù dei poteri derivanti da questa filiazione.

La domanda “dove porta il Martinismo” dovrebbe quindi essere ritrascritta così: “Quale contributo può dare l’Ordine Martinista al processo di reintegrazione individuale ed al processo di reintegrazione universale?”.  

Il compianto Maestro Aloysius così scrisse nel ‘68 intervenendo sul tema “I doveri dei S:::I:::I:::”:  

La forma di iniziazione propria del movimento Martinista nel mondo è di essenza SACRALE, nel senso che l’iniziando, accettando il principio che lo impegna irrevocabilmente al duplice lavoro di integrazione individuale del proprio Io e di collaborazione al lavoro di integrazione collettiva dell’Universo e, più specificatamente, della piccola collettività ch’egli riuscirà ad organizzare attorno a se, si pone su di un terreno di azione, e di potenziale reazione, Magicamente Consacrato. Il carattere Sacrale è già acquisito in potenza dal profano iniziando nel momento della associazione all’Ordine... diventa fenomeno di impegno operativo al ricevimento del 3° grado le cui caratteristiche di acquisizione sottintendono il futuro conferimento della autorità sacerdotale, che diverrà effettiva con il 4° grado con l’acquisizione delle facoltà di trasmissione dei poteri, facoltà di carattere certamente sacerdotale. L’impegno operativo dell’Ordine nella vita, nella società, nel mondo, in via preliminare, l’integrazione della propria personalità nel più ampio dei modi e dei significati... sino al superamento della separazione e la realizzazione nel quadro generale della economia evolutiva della specie... la seconda parte dello stesso dovere: sul piano dei rapporti sociali e collettivi, è l’inserimento della propria umana personalità e capacità nella catena operativa - fenomeno e compito primigenio nelle funzioni del nostro Venerabile Ordine - ...al fine di potenziare il lavoro di purificazione e rigenerazione della Vita Umana, in senso universale e cosmico, come a noi è iniziaticamente noto...”

Questa citazione tratta dal lavoro del Fratello Aloysius ci trova perfettamente e globalmente d’accordo. L’appartenenza all’Ordine comporta un lavoro di progressiva sacralizzazione dell’Uomo di Desiderio (la condizione richiesta per l’appartenenza all’Ordine) che viene marcata al momento della iniziazione al 3° grado quando l’iniziando viene posto sulla Croce Kabbalistica che DEVE REALIZZARE in se stesso acquisendo la effettiva potenza di Malkuth (il regno), di Geburah (la giustizia), di Chesed (la misericordia).

 Una volta acquisita la sacralizzazione, essa viene effettivamente riconosciuta con il conferimento del potere di trasmissione nel 4° grado. Ma il cammino, l’iter iniziatico è terminato? Termina qui?  

No, assolutamente. Già i riti individuali inseriti sin dal primo grado, e gli altri, fanno presagire che il membro dell’Ordine deve proseguire oltre, attraverso una sua ascesi personale, attraverso delle tecniche particolari che l’iniziatore gli potrà o no affidare e che necessariamente si basano sull’albero della vita, il pentacolo a noi giunto dalla tradizione kabbalistica, ma che sicuramente trae origini dall’Egitto, dalla Caldea ecc... e che, come tale, scrive Ambelain, non ha potuto subire quelle alterazioni o quelle deformazioni cui possono andare incontro dei testi.  In questo pentacolo che esprime le differenti tappe della creazione e della incarnazione dello “spirito” nella materia e del suo ritorno alla fonte primigenia, nonché le sfere di influenza dell’Universo sull’uomo, il Martinista o meglio l’Adepto, in virtù della legge delle analogie potrà ritrovare quelle chiavi che gli permettono l’identificazione con il SE, il suo Angelo o il suo Demone, tappa questa unica e fondamentale per la effettiva realizzazione della riconciliazione individuale e della reintegrazione universale. I testi “Abramelin le Mage” tradotto da Ambelain in lingua francese e “La Kabbale Pratique” dello stesso Ambelain danno le chiavi e le tecniche.  

Dove porta l’Ordine Martinista dunque?  

Risponde Stanislao de Guaita:

“Tu sei un Iniziato: sei uno che gli altri hanno messo sulla via; sforzati di divenire un Adepto”.

 L’Ordine Martinista porta innanzi sulla via, porta alla comprensione delle cose oltre il “velo”, porta sino alla soglia dell’adeptato, non porta oltre, anche se il Martinismo, attraverso i suoi Autori, delinea chiaramente le mete ultime, anche se Martinez tentò di dare una via operativa, oggi impraticabile nella sua globalità come ben comprese Ambelain intorno al 1960. Il Soro[3] traccia dei quadri della tradizione occidentale interessanti anche per le loro corrispondenze ma dai suoi quadri emerge una conferma ancora che l’Ordine ha i suoi limiti sia pure indefinibili. Malgrado ciò, credo fermamente che se una sola persona ogni milione di abitanti della terra, realizzasse solo gli scopi pratici dell’Ordine e non quelli teorici del Martinismo l’itera umanità vivrebbe in una era di serenità e di pace profonda, oggi addirittura impensabile. Voglio concludere che lo studio approfondito dei rituali di iniziazione e delle tecniche note mi fanno affermare che l’Ordine conferisce ai suoi membri:  

- Una iniziazione oggettiva caratterizzata dall’introduzione dell’Uomo di desiderio in un nuovo mondo ed in una nuova dimensione mediante la creazione del legamento iniziatico che termina con la trasmissione del Sacramento dell’Ordine e con la potestà sacrale di poterlo a sua volta conferire.

- La possibilità di una iniziazione soggettiva, realizzantesi cioè in virtù del lavoro e delle applicazioni pratiche dell’iniziato che lo porta sino alla soglia dell’Adeptato, sino cioè alla soglia della realizzazione ultima.

Qui finisce la missione dell’Ordine Martinista. Tale missione si estrinseca mediante:

a) la trasmissione fisica da Iniziatore ad Iniziando delle energie eggregoriche, che avviene durante i differenti riti di Iniziazione (il legamento);  

b) La trasmissione di una dottrina che è quella contenuta nei rituali e che deve essere sviluppata da ciascuno mediante una ricerca, uno studio ed una applicazione costante;

c) Il simbolismo che rinserra parte della dottrina e parte delle tecniche, prima tra queste la introspezione, la purificazione, la meditazione ecc...;

d) I riti di catena (che possono essere variati in ogni momento senza pertanto comportare una variazione nella sostanza e nello scopo dei riti di catena stessi) con l’inevitabile effetto traente dell’Eggregoro e la rivelazione degli Arcani;

e) I riti individuali trasmutatori dopo la rivelazione.

 

Questa è la nostra risposta alla domanda: “Dove porta il Martinismo?”

 

 

Martinismo e Pitagorismo

di

Francesco Brunelli

 

 

Ci porremo subito la domanda se esistono rapporti tra pitagorismo e martinismo, se esistono cioè dei legami o delle identità tra la corrente che vede come iniziatore Pitagora ed il Martinismo nella sua più vasta accezione.  

A leggere Papus[4] appaiono come suol dirsi «cose grosse», leggiamolo insieme dalla rivista “Initiation”, Agosto 1898: «... La Provvidenza ha voluto opporre una corrente cristiana alla corrente pagana e di origine pitagorica che ha centralizzato una parte delle opere di diffusione iniziatica. Dalla sua creazione il Martinismo è stato l’oggetto di attacchi appassionati da parte dei vari cleri e soprattutto del clero romano, che si figura essere il solo rappresentante di Dio nell’umanità. Così si accusarono i Martinisti di essere dei ministri dell’inferno, dei maghi neri ed altre baie del medesimo genere, che non impedirono affatto i progressi rapidissimi dell’Ordine. È allora, che in un campo tutto opposto, nacque un nuovo genere di calunnie. Gli ignari settari del Grande Oriente di Francia... si accorsero che oltre al Rito Scozzese che essi avevano quasi completamente annichilito, esisteva in Francia un Ordine di illuminati che metteva il nome di Cristo in testa a tutti i suoi atti ufficiali e che osava trattare i suoi avversari con educazione... Così ecco il Martinismo accusato di essere anticristiano dagli ignari del clero e di essere una creazione dei Gesuiti dagli ignari del Grande Oriente di Francia».  

È evidente la causa emotiva della polemica che ha guidato queste righe di Papus e non è il caso di farne, per tale ragione, un processo, anche perché in questo caso Papus identifica la corrente pagano-pitagorica con il Grande Oriente di Francia che allora non era né pagano né pitagorico ma solamente anticlericale ed iconoclasta e che perciò con Pitagora ed il pitagorismo aveva poco a che vedere. Nella Massoneria è vero si trovano evidenti tracce di pitagorismo, ma non si può affermare che la Massoneria è tutta pitagorica e fuori di ogni polemica anche Papus lo sapeva! Lo spasso fu che allora questo «pezzo» (nel 1923-24) fornì lo spunto per un attacco di Reghini[5] che stava allora risvegliando la scuola italica e la corrente pitagorica ed un ramo di Martinisti guidati dal Sacchi, che a dire il vero non brillavano certo per intelligenza. Essi si fecero mettere fuori dalle Massonerie di Palazzo Giustiniani e di Palazzo del Gesù, auto-proclamarono la propria giurisdizione su tutto il mondo e via dicendo, pur partendo da presupposti che si sarebbero anche potuti condividere. Ed è carina la fine con cui il Reghini, buon polemista, conclude un suo articolo approfittando della «debolezza» di Papus, ecco la sua conclusione: «Ma la Provvidenza, come dice il Papus, ha fatto sorgere il Martinismo per opporre una corrente cristiana alla corrente pagana di origine pitagorica. E sia, ma la Provvidenza non vorrà mica pretendere che lasciamo libero il campo alla intolleranza cristiano-martinista, diretta da molto incogniti e poco superiori capi invisibili?».  

Queste polemiche ora sono cessate da un pezzo, l’autorità del Reghini in materia pitagorica è indiscussa, lo stesso Papus (a parte la storia del Cristo che ha sempre identificato con Iod Schin Vau He, ed è errato) pone Pitagora e la sua scuola nel posto che loro compete ed è appena sufficiente leggere le sue opere per rendersene conto. Spunti polemici a parte, Robert Ambelain così scrive nella sua opera “All’ombra delle Cattedrali”: «sul frontone della sua scuola, Pitagora aveva fatto incidere queste parole: Che nessuno entri se non è geometra. Questa sentenza ci svela una delle basi del suo insegnamento esoterico, perché noi vediamo che i suoi adepti consideravano come una profanazione e la punivano conseguenzialmente la rivelazione delle proprietà del numero d’oro e di un certo numero di altre chiavi... Martinez de Pasqually nelle sue logge e nel grado di Apprendista Eletto Cohen ci insegna segretamente la stessa cosa quando fa dire: Quali sono gli strumenti per mezzo dei quali il Grande Architetto dell’Universo si è servito nella costruzione del Grande Tempio Universale?. Al che il recipendiario deve rispondere: di un triangolo, di una perpendicolare e di una squadra perfetta».  

Ed il triangolo ebraico entro il quale si iscrivono in ritmo ed in progressione denaria le quattro lettere del nome divino Iod He Vau He, non è altro che una alterazione della Grande Tetractis delle iniziazioni antiche il cui studio intelligente porta l’adepto sul sentiero magico ed alchemico, vero sesamo aprente molte porte allo studioso paziente.

«Io lo giuro per colui che ha trasmesso alle nostre anime la divina tetraktis nella quale si trova la sorgente e la radice della eterna natura...». Tale è, come la trasmise Giamblico, la formula dei giuramenti d’ingresso nella iniziazione dorica. Il Martinismo è tributario del pitagorismo sotto aspetti particolari, così come tutte le scuole iniziatiche lo sono. Sia Martinez de Pasqually, sia Louis Claude de Saint Martin nelle loro opere hanno introdotto elementi pitagorici. Le Forestier, il più valido studioso di Martinez, nel suo libro dedicato all’Ordine degli Eletti Cohen afferma ciò nel corso della sua analisi dell’opera di Martinez: «L’aritmetica e la geometria segrete contenute nella Reintegrazione sono lasciti provenienti dal più lontano passato. L’idea di attribuire ai numeri un valore mistico rimonta ai più antichi tempi di cui la storia delle civilizzazioni ha conservato un ricordo. Formulata filosoficamente, questa idea, afferma che l’essere è identico al numero e che il numero, nello stesso tempo, è l’essere stesso, l’elemento materiale e l’elemento formale, la causa ed il principio, in modo che, se tutte le cose sono dei numeri, la scienza dei numeri è la scienza delle cose... Questa dottrina è comunemente chiamata aritmetica pitagorica perché fu formulata sistematicamente da Pitagora, o quanto meno, trasmessa dal pitagorico Filolao, tuttavia questa denominazione tradizionale non tiene conto della questione delle origini perché gli elementi di cui fa uso questa aritmetica esoterica esistevano certamente prima dei pitagorici».  Le Forestier continua lo studio dello sviluppo della scuola pitagorica con i neopitagorici che fecero derivare dalla aritmetica mistica una geometria mistica stabilendo dei rapporti tra numeri e figure e prosegue esaminando le opere di Giamblico, Plotino, Proclo, S. Agostino, ed ammette una tradizione segreta nel medioevo che trasmetteva i segreti dell’aritmosofia soprattutto tra i costruttori che utilizzavano l’architettura come un linguaggio esoterico. Ricorda nel XV secolo Nicola da Cuma e giunge al XVI secolo in cui: «l’aritmosofia conobbe una nuova voga quando gli umanisti amalgamarono le teorie neoalessandrine, con gli assiomi attribuiti a Pitagora ed i temi cabalisti, mettendosi a ricercare nei testi ebrei le idee pitagoriche e nella Kabala la vera dottrina filosofica della scrittura». Ricorda così Reuchlin, Giorgio da Venezia, Cornelio Agrippa, Giordano Bruno, il più grande pitagorico del Rinascimento: Van Helmot, per giungere alla fine dello stesso secolo in cui l’aritmetica pitagorica cessa di essere studiata e coltivata apertamente e si rinserra nei cenacoli esoterici, manifestando la sua vitalità quando fornirà alla Massoneria simboli e numeri sacri, il Delta (la tetraktis pitagorica), il Pentalfa e via dicendo.  Giungiamo così a Martinez. Pasqually, i cui Maestri sono rimasti sino ad oggi un enigma, donde ha tratto la sua aritmosofia? Essa non è certo esclusivamente cabbalistica poiché comprende degli sviluppi che si discostano in molti punti da questa corrente. Daremo qui qualche cenno dell’aritmosofia Cohen per coloro che hanno un poco approfondito gli studi condotti lo scorso anno dall’Ordine Martinista. Martinez, per i numeri UNO, DIECI e QUATTRO segue grosso modo il Pitagorismo. L’unità per i pitagorici era vista come il Padre di ogni numero e per conseguenza degli esseri, del Demiurgo del mondo, la radice di ogni esistenza, il principio della conoscenza e della individuazione.

 Dalla Monade, dall’Uno, derivano tre tipi di unità: quella Assoluta o Dio che era separata da ogni altra cosa; l’Unità-Elemento che veniva considerata come inseparabile dalla cosa e l’Unità dell’Essere Reale. Per Martinez l’Unità era un principio di ogni essere spirituale e temporale e da buon cabbalista essa è per lui incomprensibile ed inconoscibile, è l’Ain-Soph che non si può né comprendere, né esplorare con la intelligenza: egli quindi identificava l’Unità con il Primo tipo di Monade pitagorica, quella cioè Assoluta. La DECADE di Martinez ha una importanza pari a quella attribuitale dai pitagorici, è la Forza Divina ed increata che produce la permanenza eterna delle cose in questo mondo. «Da questo numero denario — dice — proviene ogni essere spirituale maggiore, inferiore, minore, come ogni legge d’azione sia spirituale sia spiritosa. L’addizione dei quattro numeri compresi nel quaternario, da DIECI e dalle differenti unioni di questi differenti numeri concepirai in che modo tutte le cose sono provenute...»; in altre parole DIECI è il numero perfetto ed universale perché contiene la essenza e la potenza dei numeri, infatti i primi dieci sono sufficienti ad esprimere la infinita varietà delle cose, i loro attributi e le loro proprietà. Martinez inscrive nel cerchio la cifra UNO per simboleggiare l’unione dell’Unità con la decade, del Dio emanante con il Dio emanato. Anche il quaternario al quale Martinez fa giuocare un ruolo preminente, è una replica della Tetrade pitagorica, e così via per tutti gli altri numeri, per il Due o diade, per il sei, per il sette. Per il Cinque Martinez si distacca dai pitagorici per ammettere con i cabbalisti che è un numero demoniaco poiché corrisponde ai cinque Angeli Distruttori. Una particolare menzione merita il numero Otto che viene interpretato alla maniera egizia. Gli egizi infatti sdoppiavano i quattro elementi in maschili e femminili ottenendo l’ogdoade simbolo della forza vivificante che Martinez trasporta sul piano mistico. Per il TRE segue la tradizione pitagorica, e per il NOVE da una sua propria interpretazione e non è possibile identificare la sorgente. Anche in Martinez ritroviamo le combinazioni di numeri secondo la prassi pitagorica, mentre la geometria mistica appare piuttosto rudimentaria se si compara con quella dei pitagorici e soprattutto con quella dei neo-pitagorici. Questo in breve l’apporto pitagorico al Martinismo di Martinez che esaminato profondamente appare rimarchevole perché funge da base, da intelaiatura alla sua teoria e perché dà delle chiavi interpretative ed analogiche senza le quali la comprensione del suo trattato appare di indubbia difficoltà. Anche la sua “Teoria dell’asse fuoco centrale” su cui non ci intratteniamo, ha degli spunti pitagorici e la ricordo di sfuggita a chi la conosce. I pitagorici infatti ritengono il fuoco centrale, la Monade prima, l’armonia dei contrari, il nodo vitale dell’universo, la sorgente del calore, della vita, l’anima del mondo, la sua quintessenza. Louis Claude de S. Martin, il discepolo di Martinez, che abbiamo nella nostra ascendenza, non rifugge dall’aritmosofia ed il suo volume postumo “Des Nombres” ne fa buona fede. Sappiamo che S. Martin abbandonò le pratiche teurgiche del suo Maestro e si dedicò essenzialmente alla via cardiaca, tingendosi poi marcatamente di cristianesimo. Questa è una necessaria premessa per comprendere l’opera di S. Martin. Bene, il libro è frutto di sue personali meditazioni e non è neppure stato ricorretto dall’Autore; ora dobbiamo tener presente che la meditazione sui simboli è una tecnica raccomandata in tutte le scuole iniziatiche e che la meditazione sui numeri è importantissima, perché il numero come simbolo è in grado di dare suggerimenti ed illuminazioni maggiormente astratti poiché non evoca assolutamente alcuna rappresentazione fisica. Nel volume è evidenziabile una influenza pitagorica anche là ove Louis-Claude de Saint-Martin tenta, in base alle sue speculazioni, di correggere i pitagorici. E questa influenza è un fatto estremamente naturale perché il pitagorismo è connaturato con la scienza tradizionale e nessuna tradizione può esimersi dal considerare il numero proprio come lo consideravano Pitagora ed i pitagorici. Nel volume comparso postumo, quindi senza la sua autorizzazione, S. Martin sviluppa una originale interpretazione dei numeri che in qualche caso si discosta da quella dei pitagorici ed in tal’altro contrasta, a sostegno di una interpretazione in chiave cristiana dell’aritmosofia. Il Reghini, sempre attento e mordace, non si fa certo sfuggire l’occasione per addentare chiunque si discosti dalle sue interpretazioni e pertanto S. Martin è anche lui regolarmente servito a proposito del numero sette. Sentiamolo perché merita.  

«Il numero Sette è l’unico numero della decade senza padre e senza madre e per questa ragione era paragonato e consacrato a Minerva... dea della Sapienza... di (quella) Sapienza divina che non appartiene al mondo della generazione, essa è trascendente, olimpica, umanamente inconcepibile». Il Sette infatti è un numero che, entro la decade, non è generato per moltiplicazione da nessun altro numero ed a sua volta non genera entro la decade ed è per questo che si dice che è senza madre e vergine.  

Louis Claude de S. Martin... si sbizzarrisce nei suoi scritti e segnatamente nell’opera postuma “Des Nombres”, in un suo sistema di mistica cristiana dei numeri e farneticando devotamente non si perita di affibbiare ai pitagorici dei supposti errori per poterli loro rinfacciare ad esaltazione della propria fede... egli afferma per esempio che: «Pitagora ed i suoi discepoli si sono sbagliati quando hanno detto che il Sette è senza padre e senza madre» e giustifica tale sentenza con la bella ragione che «il numero Quattro è il padre e la madre dell’uomo che, in effetti secondo la genesi, fu creato maschio e femmina per mezzo di questa potenza settenaria contenente tre e quattro». Ora Pitagora ed i suoi discepoli non hanno mai detto nulla di simile ed il Filosofo sconosciuto fa tutta una confusione tra quello che narra il Vangelo a proposito di Melkisedek che era senza padre e senza madre, ed il fatto che per i pitagorici il sette era un numero sacro a Minerva perché, come Minerva, non sacro e non generato! A parte quest’unica perla, che se ve ne fossero state altre il Reghini non le avrebbe certamente risparmiate, il libro postumo di S. Martin è di particolare interesse perché dimostra (anche con la sua interpretazione cristiana e proprio per questo, a mio giudizio) l’universalità della intuizione pitagorica dell’aritmetica. Questo interesse emerge anche dal fatto che le massime libertà nella interpretazione del simbolo debbono essere salvaguardate contro ogni dogmatizzazione, perché se la speculazione ed i risultati della meditazione e della illuminazione sono validi, la significazione ultima del simbolo resta e deve restare sempre eguale alla sua essenza, cioè a se stessa. Così, passo passo, tra storie e richiami, dal nostro fondatore Martinez siamo giunti, passando per    S. Martin e Papus e Ambelain, al Martinismo contemporaneo.

Cosa resta del pitagorismo oggi nel Martinismo?

Vi sono diversi elementi nella tradizione Martinista in nostro possesso di sicura matrice pitagorica e che per essere compresi richiedono un ricorso al pitagorismo. In primo luogo il modus iniziandi. La trasmissione dei segreti e del sacramento dell’ordine avviene da uomo ad uomo, così come avveniva nel pitagorismo; anche se vi sono presenti altri membri dell’Ordine, l’iniziazione è un qualche cosa che avviene tra Iniziatore ed Iniziando. Nel Martinismo non v’è bisogno di un luogo appositamente riservato per le iniziazioni, esse possono aver luogo al riparo o in piena aria, sulla cima di un monte o sulla sabbia di una spiaggia, ed è proprio questo modus, come è noto, che ha permesso alla corrente pitagorica sia di propagarsi, sia di perpetuarsi attraverso lo spazio ed il tempo. In secondo luogo il Silenzio, il Segreto. E qui è inutile dilungarci. In terzo luogo Simboli e Numeri.  

Vediamo di elencarli, ciò è sufficiente dopo un anno di studio sul pitagorismo: L’Associato è posto davanti all’Unità ed al Ternario.

L’Iniziato è posto davanti al binario ed al Pentacolo dell’Ordine (che contiene in sé leggi e numeri abbraccianti la decade) ed al Pentalfa. A lui si domanda: «Quali sono i temi delle vostre meditazioni?» e l’Iniziato risponde: «I simboli, le lettere, i numeri, le figure geometriche chiamate pentacoli».

Il S.I. viene posto di fronte ad un grosso problema che può risolvere solo mediante la chiave pitagorica e martinezista e dalla sua risoluzione dipenderà la sua liberazione ed il passaggio dal piano quaternario ad altro piano.  Ma di ciò è d’uopo tacere!

 

 

Le Donne nel Martinismo

di

Francesco Brunelli

  

 

Scrisse il Ragon[6] a proposito del problema delle donne e la Massoneria che: «se nostro padre Adamo aprì una Loggia questo lo poté fare soltanto con la sua donna. E dei massoni sottili, non hanno mancato di aggiungere che essendosi il serpente della Genesi rivolto dapprima ad Eva per farle gustare i frutti dell’albero della scienza, evidentemente la donna fu la prima ad essere iniziata ed è lei che inizia Adamo, l’uomo».

E ciò — battuta a parte — deve farci veramente soppesare quanto noi stiamo dicendo in questo congresso, congresso che vorrebbe esaminare sotto tutti i punti di vista il problema della donna nella iniziazione Martinista. In questo intervento l’argomento è limitato alle figure storiche femminili nel Martinismo delle origini. È ben noto che il primo iniziatore del movimento fu Martinez de Pasqually che fondò l’Ordine dei Cavalieri Massoni Eletti Cohen tra le cui fila militarono G. B. Willermotz che trasformò il movimento originario in quello che venne poi chiamato willermozismo e Louis Claude de Saint Martin che diede vita al Martinismo. Attraverso trasmissioni individuali da Louis Claude de Saint Martin si originò il movimento Martinista attuale che fu fondato a Parigi in seguito all’incontro tra Papus e Chaboseau, i due portatori di due linee tradizionali derivanti da quella che fu chiamata la Scuola Martinista. Non ci dilungheremo oltre in questo accenno, perché il resto è da tutti voi ben conosciuto. Esso tuttavia si è reso necessario per suddividere, didatticamente, in tre fasi o in tre periodi la nostra storia e collocare quindi in questi periodi le figure femminili che vogliamo qui ricordare. All’epoca della fioritura Martinezista non si ebbe una sola donna, la sorella di Willermotz, iniziata nell’Ordine degli Eletti Cohen di Martinez de Pasqually, ma anche altre e ciò con il pieno consenso ed appoggio di Saint Martin la cui posizione è netta e precisa. Egli infatti ha scritto: «L’anima femminile non esce forse dalla stessa sorgente da cui proviene quella rivestita di un corpo maschile? Non ha lo stesso lavoro da compiere, lo stesso spirito da combattere, gli stessi frutti da sperare?». E diamo ora i nomi delle donne iniziate ai gradi Cohen nell’ordine ed ai tempi di Martinez de Pasqually (donne che per accedere a tali gradi avevano dovuto necessariamente ricevere i tre primi gradi della Massoneria secondo l’uso d’allora). Scrive il Le Forestier che intorno al 1770 l’Ordine degli Eletti Cohen sul problema dell’ammissione delle donne fu costretto a prendere posizione (come del resto avveniva nelle altre organizzazioni iniziatiche) con una soluzione non netta. Pasqually aveva un suo motivo, negava alle donne il potere di comandare agli spiriti, tuttavia un articolo degli Statuti dell’Ordine permetteva di ricevere le donne a condizione che vi fosse l’assenso «diretto e fisico della Chose» cioè di un «passo» osservato nel corso di una operazione eseguita a questa intenzione.

 Le sorelle iniziate — come risultano dalla letteratura in nostro possesso — furono poche. Matter e Joly, citano la principessa de Lusignan, la signorina Chevrier (una delle allieve preferite di Martinez), la signora de Brancas. Tali iniziazioni erano tuttavia molto discusse, anche delle riserve furono poste per l’iniziazione della signora Provenzal, sorella di Willermotz, ben nota con il nome di «piccola madre» così come usava chiamarla Saint Martin che le era devoto. Claudina Teresa Willermotz fu una delle figure femminili più importanti nell’Ordine degli Eletti Cohen. Essa venne iniziata dallo stesso fratello Willermotz dopo uno scambio di lettere e richieste durato dal 1771 al 1773 tra lui ed il suo Maestro Pasqually, tramite Saint Martin allora suo segretario. Ma lei stessa e le altre consorelle, non sembra che oltrepassassero il grado di Maestro Eletto Cohen. Nell’elenco citato dal Van Rejnberk figurano:

a Parigi, la signora de Lusignan;

a Lione la signora Provenzal, la signorina de Brancas e la signora di Coalin;

a Bordeaux la signora Delobaret (vedova di Martinez).  

Questa lista è del 1781, e probabilmente qualche altra donna fu ammessa all’Ordine; così discussa è l’appartenenza della marchesa de la Croix perché pare che il Gran Maestro de Caignet rifiutò il suo ingresso mentre Matter afferma ch’essa fu reclutata da Martinez e durante uno dei suoi viaggi a Parigi, sicuramente fu tra i suoi discepoli. Da notare che in un altro elenco dei membri dell’Ordine dato da Papus, la signora Provenzal figura come avente raggiunto il massimo grado, quello di REAU+Croix nel 1774. Abbiamo già detto della sua parentela con Willermotz e dell’affetto di cui essa era circondata dai martinezisti della prima epoca. Diciamo su di lei qualche cosa di più! Rimasta vedova nel 1769, con un figlio da allevare, tornò presso il fratello G. B. Willermotz ed il padre, dopo la morte del quale, costituì il punto centrale intorno a cui ruotava la famiglia. E lì restò per tutta la sua vita, fortemente unita al fratello sotto tutti gli aspetti. Tutti quelli che la conobbero ricevettero da lei sostegno, esempio e consolazione. Tutti coloro che su di lei hanno lasciato una testimonianza ne parlano con grande attaccamento e con rispetto affettuoso. Saint Martin, che soggiornò presso di loro e vi scrisse il suo primo volume “Degli Errori e della Verità”, la chiama la sua buona madre: non ha segreti per lei e le dedica una invocazione composta a suo uso; Antoine Point, l’erede spirituale di Willermotz, scriveva in una lettera del 1832 che aveva scoperto in lei una vera guida spirituale: «... Ero giovane, fu nel 1793, e la mia amica che oserei chiamare mia madre, desiderò che divenissi l’intimo di suo fratello. Mi invitò a chiedere l’iniziazione massonica... ecc.» Morì nel 1810 dopo una broncopolmonite, ai primi giorni di maggio.

Delle donne martineziste dovremmo dilungarci veramente in misura maggiore per scoprire il loro ruolo in un organismo operativo e teurgico quale quello dei Cohen. Possiamo per ora affermare ch’esse ebbero la funzione di ispiratrici, di stimolo, di consolazione, qualità queste tutte femminili. Dicemmo sopra della marchesa de la Croix e della sua dubbia appartenenza all’Ordine, ma della indubbia istruzione esoterica ricevuta da Martinez de Pasqually. Il Le Forestier le dedica un intero paragrafo, la Yoly la cita e così Matter soprattutto per i suoi rapporti con Louis Claude de Saint Martin. Questa donna pare abbia avuto una gioventù veramente poco edificante, nipote del vescovo di Orleans, moglie del marchese de la Croix, generale al servizio del re di Spagna, visse presso il vice legato di Avignone, il Cardinale Acquaviva, perdutamente innamorato di lei. Rimasta vedova, di passaggio a Lione avendo letto il libro “Degli Errori e della Verità” passò dalla incredulità più vieta al misticismo più marcato. Ospitò Saint Martin, lo introdusse nella società parigina, e presso di lei egli scrisse il suo libro capitale “Tableau Naturel”. Si trasformò in veicolo di potenze spirituali, divenendo una guaritrice eccezionale mediante l’imposizione delle mani e la recita di preghiere. Possedeva anche il dono della visione. Saint Martin scrisse ch’essa aveva: «un’anima ripiena di un vero desiderio» e testimonia delle «sue sensibili manifestazioni».  Involontariamente siamo giunti alla seconda epoca martinista, quella successiva alla morte di Pasqually, epoca in cui i due maggiori discepoli ne divulgheranno le dottrine pur tradendone le tecniche. Saint Martin, ebbe un notevole successo presso la società di quel tempo ed ebbe numerose amicizie femminili. Furono queste donne iniziate? Gli studiosi — ed Amadou lo prova nel suo volume dedicato a Saint Martin — affermano che: «le iniziazioni individuali di S. M. sono una realtà». Nel suo legame — di natura spirituale — egli fu tuttavia condotto sempre da questa regola: «Io rimango fermo nella opinione che le donne debbono essere in piccolo numero tra di noi e soprattutto scrupolosamente esaminate». E la ragione? Amadou ce la pone in evidenza: «La donna mi è apparsa migliore dell’uomo, ma l’uomo più vero di una donna». E il carosello di donne potrebbe cominciare se volessimo elencarle tutte.

Presso Willermotz, con l’assistenza di Claudina Teresa (e quella del Fratello), scrive “Degli Errori e della Verità”; presso de La Croix e presso la de Lusignan scrive il “Tableau Naturel”, le due sue maggiori opere, all’intenzione de la Bourbon scrive “l’Ecce Homo”. La signora de Boecklin lo ispira e provoca in lui quella rivoluzione filosofica che sorge dopo la conoscenza delle opere di Boehme ed il suo soggiorno a Strasburgo. Non possiamo soffermarci oltre. Saint Martin ebbe dalle numerose donne che ha spiritualmente conosciuto ed a cui si è fraternamente legato tutto quell’aiuto e quelle ispirazioni che lo hanno formato, maturato e sostenuto in tutta la sua vita. Ne abbiamo nominate alcune, le più note. Ad esse dovremmo dedicare pagine e pagine intere per rievocarle... non lo possiamo fare in questa breve comunicazione. Né forse potremo mai farlo, ma vorremmo che qualche nostra sorella dedicasse — traendone sicuro giovamento — molto tempo in queste ricerche sì da avere dei profili fortemente rivelatori. Tra le amicizie di Saint Martin ricorderemo la più importante, quella con la duchessa di Bourbon, sorella del duca di Chartres, Gran Maestra delle logge femminili della Massoneria francese. Importante dal punto di vista del censo, importante perché qui forse Saint Martin non ha ricevuto nessuna ispirazione se non quella di scrivere per la duchessa il volume ricordato in cui si demitizzano chiaroveggenti, magnetizzatori ed apparizioni astrali. Ricorderemo che anche l’altro discepolo, Willermotz, fu per qualche tempo occupato con rivelazioni provenienti da un Agente Incognito tramite una donna, Maria Luisa de Monspey, signora di Valliere, Canonichessa del Capitolo di Remiremont. La chose evocata nelle operazioni aveva trovato un mezzo femminile per le manifestazioni? Gli studi in corso ce lo diranno perché troppo facilmente si possono trarre illazioni troppo affrettate e troppo partigiane. E dopo questo excursus il periodo intermedio sino a Papus. Le trasmissioni avvengono da uomo a uomo, forse senza cerimonie, forse con un simbolismo limitato, sempre con l’imposizione delle mani. E la catena iniziatica di Chaboseau, passa per una donna. Senza di essa, nulla si sarebbe potuto più trasmettere. Il suo nome è Amelia de Boisse-Mortemart. Il ricordo di questa donna viene da una lettera indirizzata da Jean Chaboseau, figlio di Augustin, a Papus. Poiché essa è il solo documento in nostro possesso, la traduciamo:

 «Mio padre aveva solo 18 anni ed era solo a Parigi. Mio nonno in quell’epoca era di guarnigione a Tarbes, poi a Mans. Mio padre aveva qualche indirizzo di corrispondenti della famiglia. Tra questi quello di una anziana signora morta tra il 1928 ed il 1938. Non ho potuto sapere la data esatta dal suo nipote Jean perché è letteralmente terrorizzato quando gli si parla della nonna come avente degli interessi al di fuori del catechismo o della iniziazione di Cristo (questo nipote è un religioso)».

 Va dunque a trovare questa signora e, musicista coltivato, amava trascorrere i giovedì sera presso di lei. Questa signora si mise in testa di completare la cultura del giovane che per i suoi gusti trovava troppo universitario. Gli fece scoprire per esempio Balzac... e gli fece aprire gli occhi su alcuni filosofi che mio padre teneva in disparte, sino a che poco a poco lo condusse a conoscere gli illuminati ed i teosofi della fine del XVII e dei primi del XIX secolo, in particolare Ballanche. Naturalmente gli lesse molti testi di Louis Claude de Saint Martin. Tutto ciò lo ho sentito raccontare spesso da mio padre, ed in modo particolare lo narrò per esteso in una riunione Martinista presso Canudo, riunione protrattasi molto tardi perché gli ascoltatori rimasero incantati dai ricordi evocati a mezza voce in quella atmosfera che tu puoi conoscere e rivivere:

 «Un giorno Amelia disse a quest’uomo che esisteva qualche cosa», una tradizione si era perpetuata individualmente, segretamente o quanto meno discretamente. Successivamente gliene parlò con precisione e lo ricevette nella catena dei Superiori Incogniti.

«Il seguito lo conosci. Mio padre studiava medicina, parallelamente all’induismo. Fu all’ospedale parigino della Carità che conobbe Papus...».

 Questa iniziazione è di estrema importanza perché come tutti sapete fu dall’incontro tra Chaboseau e Papus che nasce il Martinismo contemporaneo, formato dapprima dai soli ricordi di questi due iniziati. Ed è una donna, per mezzo di una femmina, che una tra le più segrete e le più antiche iniziazioni venne trasmessa e — il che è importantissimo — conservata. A questa donna oggi è intitolata una delle più fiorenti logge martiniste. Non aggiungerò altro, né altri nomi seguiranno a questo elenco. É bene infatti che le memorie vengano trasmesse, le donne che lavorano oggi tra di noi e quelle che hanno lavorato recentemente siano ricordate da chi ci seguirà... ma questi pochi, pochissimi nomi, queste poche figure che ho evocato per voi tutti sono il simbolo di quante tra le fila del Martinismo e delle società esoteriche, fianco a fianco con gli uomini sorreggendoli, stimolandoli, ispirandoli... hanno contribuito a perpetuare i nostri segreti, i segreti dell’uomo e della donna reintegrati o riconciliati. A loro tutte vada quindi il nostro saluto ed il nostro omaggio riconoscente.

 

 

Differenze di Polarità tra Uomo e Donna

di

Francesco Brunelli

 

  

Nel Martinismo in rapporto al tipo di lavoro eseguito dai diversi raggruppamenti — seguenti ciascuno una loro particolare tecnica — notiamo differenti posizioni in rapporto al problema della utilizzazione della donna al lavoro di gruppo. Ciò spiega le apparenti divergenze. Per Martinez de Pasqually, il Maestro fondatore del Martinezismo (il cui gruppo lavora teurgicamente), non esistevano quelle ragioni adottate dai Massoni per non ammettere le donne nel lontano 1770 o giù di lì, e cioè la frivolezza, le indiscrezioni, le possibili rivalità amorose che poteva provocare la loro presenza nel tempio — come scrive il Le Forestier. Il vero motivo era di ordine metapsichico: egli considerava le donne come non idonee perché negava loro il potere di comandare agli spiriti sia buoni che cattivi. Del resto la cosiddetta inferiorità della donna dal punto di vista teurgico è un retaggio biblico e noi sappiamo che Martinez era praticamente un kabbalista cristiano (ammesso che così ci sia facile inquadrarlo anche se ciò non corrisponde esattamente alla verità). Sempre secondo la “Reintegrazione”, il trattato del Maestro, ammettendo le donne ai lavori teurgici, gli Eletti Coehn rischiavano di comprometterne il successo in quanto esse rappresentavano l’Eva, il frutto della prima caduta dell’Uomo-Dio. E questo ragionamento può essere valido ammettendo la caduta. Per la stessa ragione un Reau+Croix non doveva avvicinarsi alla donna (fattore dissolvente e acqua corrosiva anche secondo gli Alchimisti ed i Tantristi) per 40 giorni prima delle Operazioni. La stessa interdizione è conservata in altre fraternità occulte occidentali. Questa rigida posizione era tuttavia attenuata dagli Statuti e dai regolamenti dell’Ordine in cui veniva stabilito che le donne potevano essere ammesse a condizione che «una prova diretta o fisica della Chose stessa» si fosse manifestata nel corso dello scrutinio teurgico eseguito per giustificare la loro iniziazione. Dobbiamo aggiungere tuttavia che egual trattamento era riservato agli uomini. Di che cosa si trattava? La chose designava l’eggregoro dell’Ordine; prima di ammettere dunque una donna nella catena, si interrogava l’eggregoro: una sua risposta positiva, mediante l’osservazione di un passo, apriva le porte della Iniziazione. Diversamente pensava Louis Claude de Saint Martin. Egli scrisse nella corrispondenza intercorsa tra lui e Willermotz in occasione della ammissione della sorella nell’Ordine:

«L’anima femminile non esce dalla stessa sorgente da cui proviene quella rivestita di un corpo maschile? Non deve compiere la stessa opera, lo stesso spirito da combattere e gli stessi frutti su cui sperare?». 

«Tuttavia — raccomanda — persisto nell’opinione che le donne tra di noi debbono essere in piccolo numero e soprattutto scrupolosamente esaminate». E la ragione forse è contenuta in questa frase: «La donna mi è apparsa migliore dell’uomo, ma l’uomo più vero della donna».

Altro aforisma che dobbiamo riportare anche se non interessa dappresso il nostro argomento, ma che forse corrisponde a verità, è questo: «Le grandi verità non si insegnano bene che nel silenzio, per contro la necessità delle donne è che si parli e che loro parlino ed allora tutto si disorganizza come io stesso — parla Saint Martin — più volte ho sperimentato».

Saint Martin, che era un mistico, approva dunque l’ammissione delle donne anche nei gruppi operativi, ma dà tuttavia queste istruzioni!...: «io impiegherei al vostro posto, per tutte le donne, delle parole di semplice potenza quaternaria, mentre all’uomo lascerei riservate quelle di doppia potenza». La cerimonia doveva essere eguale a quella degli uomini così come eguali erano i tracciati sul suolo. L’Ordine Martinista Francese di Papus dà per contro alla donna le stesse prerogative che vengono concesse all’uomo, inclusa quella di seminare, forse in ricordo di Amelia de Boisse de Mortemart. In altri gruppi Martinisti ed in Italia vengono tenuti presenti alcuni fattori e le cose si svolgono differentemente. Ne parlerà Aldebaran. Si tratta ora di tirare le somme di quanto abbiamo riferito.

 Nei gruppi operativi Martinisti, come abbiamo visto, esiste una differenziazione tra potenzialità maschili e potenzialità femminili; in genere è l’Eggregoro che decide; nei raggruppamenti mistici, per contro, tale differenza non può esistere. Ciò è spiegabile se si conosce il problema delle polarità. La donna nel suo complesso è negativa, ricettiva, l’uomo per contro è positivo, emette. È una pura questione energetica. Non staremo qui a dilungarci sulla storia dei corpi sottili alla maniera teosofica ed occultistico-spiritualista,  anche perché sono tutte cose fritte e rifritte e note almeno a chi è giunto fino al Martinismo. Ricorderemo semplicemente che il corpo umano può essere considerato come una stazione ricevente e trasmittente, come un agglomerato energetico avente una continuità di scambi con l’energia che lo circonda, sia essa libera che gravitante intorno ad altri nuclei. La magia e la teurgia si basano su tale assunto e tale assunto è la chiave di ogni contatto teurgico. Ora nell’uomo vi sono quattro stazioni riceventi che sono le due palme delle mani e le due piante dei piedi, nella donna, e questo la rende recettiva al massimo (vedi funzione del sacerdozio femminile negli antichi tempi), ve ne è una quinta: la yoni. E vi sono nell’uomo 20 stazioni emittenti rappresentate dalle dita delle mani e dei piedi; nell’uomo una ventunesima stazione in più che lo rende positivo: il fallo. E se l’uomo è un essere che deve combattere la sua battaglia quaggiù con i piedi in terra e non con la testa sulle nuvole, e la matematica è matematica, gli arcani — che sono semplici e candidi come pargoletti innocenti — sono chiari a chiunque! Con ciò noi non disturbiamo neppure il padre Adamo come era costretto a fare il nostro maestro Martinez de Pasqually. Ma non sostengo né voglio concludere che la teurgia ed il resto non si addica alla donna... no, lo stesso Martinez interrogava la Chose non potendo dosare gli ormoni... alla donna sono aperte anche le porte della teurgia, ma non a tutte.

Vediamo il perché.

 Alcuni occultisti hanno paragonato l’uomo ad una pila in cui il costituente positivo è rappresentato dal Sole (lo spirito, per intenderci, maschio), il costituente negativo dalla Luna (l’apparato sensoriale, femmina), l’intermedio tra i due ove avvengono le reazioni il Mercurio (neutro) ed il corpo ove si manifestano il Saturno (o in termini differenti ma esprimenti la stessa cosa: polo positivo lo spirito, negativo il «corpo», neutro l’anima). Potremmo dire qui tante cose, ma è chiaramente adombrabile che se non vi è unione del maschio con la femmina, del sole con la luna, sì da generare il «nostro Mercurio», il saturno rimarrà sempre l’asino descritto da Apuleio e potrà mangiare tutte le rose ch’esso incontrerà sulla sua strada senza che avvenga il miracolo della trasformazione in Re. È così che una prima suddivisione in termini energetici è stata fatta per il «complesso umano». Però non è tutto qui, occorre che il Sole sia Sole, maschio, positivo, e che la Luna sia Luna, femmina, negativa, altrimenti nessuna unione sarà possibile se non in forme aberranti dalla natura... forme distorte e come tali rigettabili, ammesso poi che sia possibile far scoccare la «scintilla». Dirò di più a chiarimento di questa suddivisione in polarità. Una schematizzazione simile non deve trarre nessuno in inganno ed è perfettamente inutile fare dei conti e vedere ch’essi non tornano. Questa schematizzazione va costruita, va resa vivente perché essa esista; se non esiste, allora è presto fatto, abbiamo un Saturno/Luna-negativo ed un Sole (se ci fosse) positivo. Sotto un tale profilo dobbiamo subito chiarire una prima presa di posizione. Dice un eminente occultista, Giuliano Kremmerz, che, nella esplicazione della vita, tutti gli esseri umani, ma le donne in maggior numero, posseggono in permanenza la coscienza vigilante in tutti gli atti della loro manifestazione esterna. Ora, per questo Autore, la coscienza vigilante è in stretto rapporto con la coscienza dell’uomo storico, cioè dell’Io imperituro, tanto per capirci. Una sua labilità favorisce — continua il Kremmerz — l’ingresso delle ombre e delle illusioni. Questo non è un ostacolo, tuttavia occorre tenerlo presente quando si deve operare insieme ad elementi femminili. Voi tutti sapete che il Kremmerz ammetteva nei suoi circoli e nella sua catena anche le donne; quanto ho detto non deve allarmare, ma deve essere conosciuto perché con facilità si può ovviare a qualsiasi inconveniente.

E poiché abbiamo citato il Kremmerz — che è un maestro provato — riferiamo un’altra nota desunta dai suoi lavori. Egli afferma che l’essere umano, distinto per le particolarità del sesso, può rispondere a quattro casi speciali:

 Corpo fisico maschile - fluidico maschile;

Corpo fisico maschile - fluidico femminile;

Corpo fisico femminile - fluidico maschile;

Corpo fisico femminile - fluidico femminile.

 In altri termini, fluidicamente o energicamente parlando, una donna può essere positiva (quindi maschile) o negativa (quindi femminile). Egli aggiunge che un uomo positivo sui due piani si completa con una donna negativa sugli stessi piani. Che un uomo positivo fisicamente e negativo fluidicamente si completa con la donna negativa fisicamente e positiva fluidicamente. E questo spiega il perché delle particolari tecniche delle operazioni condotte da un uomo ed una donna insieme e chiarisce altresì che non è di fondamentale importanza il sesso per determinare il ruolo che una donna può rivestire in una comunità iniziatica, ma la sua carica. Scientificamente troviamo la conferma di queste vedute con lo studio della endocrinologia e degli ormoni e del loro tasso circolante nel sangue nonché degli effetti di detti tassi... resterebbe semmai da chiarire quale cosa sia più determinante e cioè se il tasso ormonale è un effetto o una conseguenza, ma, non essendo questo il nostro problema, lo accenniamo appena, lasciando a chi vuole trarne le conclusioni.

Ai fini di un lavoro osirideo — ed i Fratelli che seguono ci diranno che cosa intendo dire — potremo stabilire una scala di valori che dovrebbe essere la seguente:

 Idoneità massima per l’uomo positivo fisicamente e fluidificamente;

Idoneità per la donna negativa fisicamente, ma positiva fluidificamente;

Idoneità per l’uomo positivo fisicamente, negativo fluidificamente;

Nessuna idoneità osiridea, ma solo isiaca, per la donna negativa fisicamente e fluidificamente. Se in quanto ho detto, e nelle conclusioni che ho tratto, vi fossero errori, tutti sono liberi di apportarvi le loro correzioni. Resterebbe ora — per completare il tema delle polarità — dover parlare dell’androgino. Noi non lo faremo perché la tematica generale è dedicata alla donna, ma vi sottoponiamo un disegno ed una nota di un nostro maestro passato, Stanislao de Guaita, lasciandovi alla sua meditazione, e scopriremo così anche una concordanza con quanto precedentemente abbiam detto.

Riassumiamo:

La legge dell’equilibrio vitale permette di localizzare a priori non solo la bipolarità di ciascuno dei tre sistemi dinamici: intellettuale, animico, astrale (ricordiamo il Sole, il Mercurio, la Luna di sopra), ma i termini di una polarizzazione di inversa reciprocità e complementare che dall’intellettuale va al fisico da un lato nel maschio e dall’altro nella femmina. Questa è la chiave assoluta della biologia occulta, di natura universale, ma che limitiamo alla fisiologia umana ed alla biologia dell’androgine umano. Il che equivale — aggiungiamo — a quel che diceva il Kremmerz.  

Il Guaita formula così la legge:

«Il maschio è positivo nella sfera sensibile, negativo nella sfera intellegibile. La femmina, inversamente, è positiva nella sfera intellegibile, negativa nella sfera sensibile. Inversamente complementari, il maschio e la femmina sono neutri nella sfera mediana psichica. Questa similitudine animica è anche il solo loro punto di fusione. Applicando questa legge universale alla coppia umana e considerando che nell’essere umano vi sono i seguenti tre centri occulti di attività:

Intellettuale: localizzato nel cervello e di cui il polo occulto risiede nelle circonvoluzioni superiori di questo organo;

Animico: localizzato principalmente nel cuore e nel gran simpatico e di cui il centro occulto non è altro che il plesso solare;

Sensitivo: che distribuisce l’energia ai diversi organi dei sensi e di cui il polo occulto corrisponde all’organo genitale.

Diremo che nell’uomo l’organo genitale è maschile o positivo ed il cervello femminile o negativo nella donna l’organo sessuale è femminile o negativo ed il cervello maschile o positivo nell’uomo e nella donna il plesso solare costituisce il punto centrale equilibrante dell’intero organismo.

L’essere maschile significa produrre il seme, l’essere femminile significa ricevere il seme, elaborarlo, svilupparlo. Eguale significato ha attivo e passivo. Ora se ciò ben si comprende per gli organi sessuali, è di difficile comprensione per il cervello ove si manifesta la contropolarità del sesso. »

«Ora — afferma il de Guaita — il cervello maschile della femmina dà lo sperma intellettuale, il germe delle idee; è questo cervello maschile della donna che feconda il cervello femminile dell’uomo e sono i centri animici o mediani che divengono il luogo proprio della cupola, mentre la fecondazione avviene quando il sentimento si sublima per raggiungere il cervello, ove riprende la sua prima qualità di sperma ideale indovato nell’utero».

In tal modo possiamo stabilire la seguente equazione:

cervello della donna = fallo dell’uomo

cervello dell’uomo = vagina della donna

Naturalmente qui è valida la legge per cui i contrari si attirano ed i simili si respingono. Dobbiamo riassumere queste istruzioni e pertanto lasciamo agli amici trarne tutte le possibili deduzioni. Quanto al centro mediano equilibrante i due poli occulti (intellettuale o cerebrale e sensitivo o genitale), affermiamo ch’esso è neutro sia nell’uomo come nella donna. Esso rappresenta il punto equilibrante sia della bilancia bipolare di ciascun individuo, sia di quella quadripolare dell’androgino umano. La forza propria a questo centro è l’amore la cui essenza è eguale sia per l’uomo che per la donna; tale amore può essere portato sia al polo cerebrale adorazione, sia al polo sessuale appetito venereo. Quand’esso (e lo diciamo complementariamente per completare anche se in modo appena accennato l’argomento) si realizza nella sua perfezione, allora avremo la stabilità di un equilibrio meraviglioso mediante la fusione dei centri neutri in un sol centro. Ma attenzione, in questo quaternario potrebbero generarsi degli squilibri pericolosissimi facilmente intuibili. Sommariamente abbiamo esaminato le polarità; se l’Ordine opera magicamente queste polarità umane non possono essere ignorate, se l’Ordine opera misticamente queste polarità hanno un valore relativo. In sede di congresso martinista, aperto a tutti i gradi del nostro venerabile Ordine, ciò sufficit per poter comprendere e meditare sugli arcani e le leggi note ai S:I:.[7] Perseverando e perfezionando la vita fisica, colmando la vita mentale, lo scopo della Natura (che dovrebbe essere anche il nostro) è di svelare, in un corpo fisico e mentale perfetti, le attività trascendenti dello Spirito.  

La Mente ritrova effettivamente in pieno la sua forza e la sua misura, solo quando si getta nella vita e ne accetta le possibilità e le resistenze quali mezzi per raggiungere una più alta perfezione. Da Aurobindo - LA SINTESI DELLO YOGA - Ed. Ubaldini - Roma

 

 

Docetica, Didattica, Istruttori e Maestri Veri e Fasulli

di

Francesco Brunelli

 

  

Insegnare agli altri è compito così arduo che neppure le università hanno ancora trovato il bandolo della matassa... hanno però coniato una serie di parole atte a confondere le idee dei non addetti ai lavori ed a mostrare che in realtà si fanno molte cose. Noi che siamo fuori dalle università, ma dentro a molte altre cose, cominciamo con l’affermare che la prima regola da seguire è quella di aver chiaro il fine e lo scopo dell’insegnamento. E già a questo primo passo avviene un crollo perché la meta che ci prefiggiamo in realtà è quella di far sì che i propri allievi percepiscano che esiste in tutti gli uomini la possibilità di superare la sfera della umanità operando una mutazione che li renda divini. La frase ridurre il piombo in oro non è una chimera, ma non deve esser detta senza sapere ciò che si dice ed in genere si dice e si pensa a qualche cosa di psicologico e si danno chiavi meramente psicologiche cominciando così a creare i primi guai. La psicologia ed il linguaggio psicologico è una chiave interpretativa ma attiene alla psiche, serve appunto per una didattica meno astrusa (ma poi serve?) ma è estremamente dannosa se tutto resta e si limita a quel campo. In realtà Jung si è occupato risolutamente di alchimia, ma solo dal punto di vista psicologico, non da quello iniziatico e trasmutatorio secondo la pura accezione dei termine alchemico. In realtà l’opera - quella della deificazione intendo - non può assolutamente avvalersi di una didattica né quanto meno dei metodi usati per le discipline profane. Il Martinismo, come del resto tutte le scuole iniziatiche non è, né deve essere aperto a tutti. Qualche Iniziatore, equivocando, afferma di non poter negare la Luce a chiunque la chieda. La Luce va concessa nel Martinismo agli uomini di desiderio, ad una categoria di uomini molto rari a trovarsi nella massa, uomini e donne cioè che hanno raggiunto un certo sviluppo interiore, intellettuale e spirituale, che sono in possesso dello strumento mentale atto alla intuizione o quanto meno in grado di svilupparla. Il desiderio che qualifica il candidato al Martinismo è un qualche cosa di speciale su cui non si può assolutamente equivocare. Non basta che il bambino chieda la caramella perché l’adulto (se tale è divenuto) gliela dia, perché essa in questo caso sarà sicuramente una patacca. Né vale il discorso della provvidenza... iniziamoli e poi si vedrà, resteranno fermi per anni se non comprenderanno... No, l’Iniziatore deve saper pesare i metalli, deve poter discernere chi è in grado o chi non è in grado di percorrere un iter iniziatico, deve essere sicuro che quando risveglia la luce latente dentro il profano, essa sia in grado di superare le stratificazioni esistenti in ogni essere umano sotto la spinta dei desiderio. Una volta riconosciuto ed ammesso, l’uomo di desiderio dev’essere portato a comprendere l’insegnamento occulto favorendo lo sviluppo di quelle facoltà e di quelle forze che sono latenti in lui. Porre in attività queste forze e queste energie significa far sì che i simboli potranno essere letti ovunque essi sono - non mediante la cultura solamente, si noti bene - ma mediante la lettura intuitiva che dà il possesso degli arcani, vale a dire della materia con la quale si opera la trasmutazione dell’uomo animale in uomo dio. Per questo è necessario che l’istruttore o il Maestro o la guida o l’Iniziatore sia lui stesso in condizioni di aver compiuto la lettura ed in condizione di aver scoperto la materia ed infine di aver cominciato la sperimentazione, ottenendone dei primi risultati. Altrimenti il Maestro è fasullo e vive o di cultura o di prosopopea o dando credito al sogni suoi laddove il sogno prende la piena significazione di una fuga da una realtà non accettata o comunque non positivamente vissuta entro i limiti della propria individuale realtà. È chiaro quindi che, nelle nostre cose, non basta essere maestri di vita e neppure psicoterapeuti e neppure maghetti... occorre che l’Istruttore abbia realmente praticato (dopo averla scoperta) la realtà dell’arcano. In caso contrario - anche se in buonissima fede - è un pataccaro. E per lui il tocco della verità gli può venire solo dalla pratica dell’umiltà e da una continua catarsi. Non per nulla la spoliazione è il primo atto richiesto al candidato martinista. Lo stesso discorso vale per quella innumerevole schiera di organizzazioni sedicenti iniziatiche che non possiedono i veri nella Sacra Arca del proprio deposito iniziatico. Sia ch’esse vantino una antichità, sia che siano contemporanee, sia infine quelle che si inventeranno in futuro.  

Ed ecco - per noi che siamo al di fuori della cultura ufficiale - che emerge un’altra didattica, il ricorso alla tradizione.  

Prendiamone una a caso. Nel mezzo del cammin della sua vita il Dante aveva smarrito la via e brancolava per la selva oscura di scolastica memoria. L’omino cerca, ha il desiderio della ricerca, della scoperta dei veri e trova allora un Maestro perché quando il discepolo è pronto (vedi sopra chi può essere considerato pronto) il Maestro si presenta. Al nostro Dante si presenta Virgilio, un Istruttore di vaglia, molto al di sopra degli Istruttori a nostra portata di mano... un Istruttore che scrive la mai compresa “Eneide” nella sua grande magicità e le non comprese “Georgiche”...

Virgilio, un grande Maestro! E Virgilio lo accompagna giù dapprima nei gironi infernali salvandolo dalle multiformi manifestazioni della bestialità umana indi, operando un rovesciamento, una inversione, lo conduce verso le purgazioni, verso le purificazioni al termine delle quali scompare.

Ora Dante è solo, ma continua l’ascesa (che è ascesi) e viene guidato da Beatrice (uno stato di coscienza particolare, oppure la Maria, oppure...) sino ad assurgere alla visione suprema, alla glorificazione suprema, liberandosi delle forze heimarmeniche nel suo ascendere su, oltre le sfere dei pianeti, oltre il cielo delle stelle fisse sino all’Empireo. Badate bene: non da morto, ma vivente. E vivente la vita del quaternario scriverà allora quella “Commedia Divina” che nasconde ai pronti quella dottrina che s’asconde sotto il velame delli versi strani.  

A proposito! Il suo Maestro Virgilio, il suo grande Maestro, un Grande Maestro per tutti, è scomparso alle soglie del Paradiso. Il Maestro scompare quando il suo compito terreno è finito, quando l’allievo è stato condotto fuori della selva, fuori degli interessi umani, sulla via della purificazione.  

Il Maestro non può fare di più... È la legge.

 È Beatrice poi che guida, il discepolo ha modificato sé stesso, acquisisce uno stato mentale differente, ed allora scopre gli arcani, intellige, parla con Beatrice e Beatrice parla a lui. Didattica quindi sino a quale punto? Didattica per che cosa? Cosa possiamo aggiungere alla Tradizione? L’iniziazione è antica quanto l’uomo ed è propria a tutte le tradizioni. Andiamo in Egitto ricordando che tutti sono passati da lì, almeno per un certo periodo storico. Mosè, il padre di Israele era istruito su tutta la saggezza degli egiziani. Egli che era anche di sangue egizio, altrimenti non poteva essere abbandonato nel Nilo, si chiamava Orarsiph e fu istruito nel tempio di Heliopoli. Dobbiamo ricordare i più grandi dell’antichità, i padri della cultura occidentale? Sofocle, Eschilo, Solone, Pitagora, Talete, Erodoto, Apuleio, Giamblico, Plutarco, Platone, Cicerone e via dicendo, tutti furono iniziati nei templi egizi. E lo stesso Cristo dove trascorse la sua infanzia? La fuga in Egitto è cosa nota anche al più incolto dei cristiani.  

Per gli egiziani l’uomo era costituito, semplificando alquanto, da:  

un corpo fisico o Kath; dal Ka, una specie di corpo eterico (lunare direbbero gli ermetisti); dal Ba, una specie di conscio e di inconscio insieme; da un Kohu o corpo di gloria. Quest’ultimo corpo nasceva - secondo gli iniziati dei templi egizi - dal Khat o corpo fisico - mediante una pratica fisica che costituisce il piccolo arcano dei filosofi. Questa nascita per endogenesi è la resurrezione iniziatica dell’uomo vivente tuttora nel piano dei quaternario e non dopo la morte.  

Non spenderemo molte parole per dire che l’arcano viene rivelato non dal Maestro o dall’Iniziatore, ma da una entità non quaternaria che richiede uno stato di coscienza simile a quello della Beatrice dantesca e tanta, tanta purezza magica. Solo dopo la purgazione l’occulto parla. L’Iniziatore a questo punto può solo confermare la scoperta del segreto o non confermarla in caso contrario. Ma per far ciò egli deve conoscerlo. E questa è la pietra di tocco e del Maestro e del gruppo a cui appartiene. Qualunque deviazione da questo passo obbligato potrà portare al massimo ad una buona integrazione psicologica, mai - ricordatelo bene - alla resurrezione, all’immortalità, scopo questo e fine ultimo di qualsiasi iniziazione tradizionale. Questo è quanto occorreva dire. Leggi, rileggi, medita, apriti in umiltà e la Luce illuminerà la tua coscienza purificata. La docetica è tutta qui!

 

 

L’Iter Operativo Martinista

di

Francesco Brunelli

  

 

Il mondo dell’occulto è un mondo che attrae e che richiama, che fa tremare di paura, fremere di desiderio... che fa vivere intere vite affascinanti come una splendida sirena non saprebbe mai affascinare un comune mortale. In verità abbiamo letto da qualche parte che l’uomo corre dietro alla sua anima fatta sirena per vite intere per congiungersi ad essa in un amplesso che è morte per il secolo, ma che è vita sub specie aeternitatis... Il Martinista e così! L’Ordine traccia una strada, un iter, ma come giustamente annotava il Kremmerz non bisogna scadere nella faciloneria. Martinez de Pasqually in operazioni di magia fece avere ai suoi discepoli di Bordeaux, delle apparizioni. Quando i discepoli, lontani dal maestro, andarono a tentare e non ebbero risultati si lagnarono aspramente; ed allora il Pasqually scrisse ad essi: «Ma che credete che io sia padrone di mandarveli? Persistete e procurate di riuscire». Naturalmente è logico e legittimo che la strada al viandante sia tracciata con la massima chiarezza possibile perché esso non si perda in sentieri differenti (ed apparentemente più fruttiferi) che per contro lo allontanano dalla meta ch’esso si propone. Ed il viandante è il Martinista spesso raffigurato con la nona lama del Tarot, l’Eremita, che avanza cauto e circospetto poggiandosi sul bastone dai sette nodi, che è in possesso di una luce che dapprima da fermo ha intravisto, da cui successivamente si è lasciato compenetrare, poi avvicinandosi ad essa l’ha fatta sua. Egli è coperto da un mantello il cui interno è dotato delle stesse proprietà isolanti del mantello di Apollonio che rendono chi lo indossa potente nella volontà trasmutatrice non distratta dalla mondanità e dai condizionamenti del secolo. Questo viandante, l’eremita della nona lama del Tarot, è il Superiore Incognito e dal simbolismo or ora evocato si potranno trarre elementi tali che il punto d’arrivo ed il lavoro necessario per conseguirlo appariranno più chiari. Essere desti, essere svegli è la meta prima fondamentale, la condizione primaria in mancanza della quale nulla può prender vita, nulla può animarsi od essere animato. Neppure i riti che muovono energie immense e sconosciute ai più, neppure i riti hanno, in condizioni diverse, efficacia reale, un effetto allucinatorio che può presentarsi alla coscienza ma solo dell’operatore impreparato ad operare. È dal famoso bilancio della propria personalità, del proprio essere, che prende le mosse ogni andare ed è dalla correzione delle cose distorte o carenti o negative che si giunge all’equilibrio perfetto in cui compare l’angelo o il daimon che dir si voglia. Ed è in questo stato (come condizione d’essere e di coscienza) che si può allora parlare di operatività. Questa è la prima lezione che deve essere incisa nella mente e nel cuore dell’Associato ed allora egli, con gli strumenti che l’Iniziatore gli pone in mano, potrà con frutto incominciare il suo lavoro ed accingersi ad operare. La meditazione dei 28 giorni, la biografia scritta, l’esame serale, la prima rituaria di catena. Nessuna critica agli strumenti! Sono tutti validi e quand’essi non si dimostrano tali, non è valido l’Associato. Il suo desiderio probabilmente non è che desiderio di fuga dalla realtà, non è che desiderio di novità ch’egli spera eccitanti e morbose e che per contro sono alquanto monotone ed affatto stimolanti se non se ne comprendono i perché. Il suo desiderio non è che una parvenza del desiderio di cui ci parla Louis Claude de Saint Martin. Quando l’Iniziatore giudica sufficiente la sua preparazione e vuole stimolarlo concedendogli un ulteriore appello, l’Associato diviene un Iniziato, ha conosciuto la Maschera, il Mantello che isola dal mondo profano e che pone alla mente il problema della concentrazione energetica, il cero, il trilume, il cordone e via dicendo. Le due colonne adombrano le correnti del sacro caduceo (per chi mi intende), l’esagramma fa ancora di più intravedere i veri significati della Tavola di Smeraldo, il ritmo della rituaria si accresce, la luna spunta all’orizzonte con i suoi cicli inseguentisi l’un l’altro... Novilunio, plenilunio, novilunio, plenilunio..., il ciclo solare non è ancora apparso. Studia e lavora, medita, attaccato alla catena che porta con se le verità e la forza misericordiosa dell’anima eggregorica, Vergine Maria, Iside Madre, Celeste Regina delle acque. Che altro dire? Che dire di più? Le scelte debbono ormai farsi quanto a tecniche dopo un’ampia sperimentazione, dopo che la manualità esercitativa sia stata acquisita, dopo che la mente riesce a leggere le analogie necessarie per mettere in moto gli ingranaggi delle opere proprie e costruirli. Se il Martinismo deve portare direttamente l’essere senza intermediari umani alla potestà suprema del Sole allora è bene dire senza false lacune che ciascuno può e deve attingere per se e da se alla fonte inestinguibile ed inesauribile di ogni energia e che ciascuno deve giungere al centro ed essere un punto centrale nell’infinità dei punti dell’infinito ove esso con lui si confondono sino ad essere l’infinito stesso. Io so bene che quanto detto potrebbe cozzare contro certe affermazioni dogmatiche provenienti da autorevoli capi riconosciuti di gruppi esoterici... ma io debbo dirvi la verità mia nuda e cruda nulla importandomi del cozzo che semmai potrebbe interessare i teorici e non i pratici, non coloro che si aprono sperimentalmente un varco verso i cieli. Operativamente il grado di Iniziato è importante per le scelte che si possono e si debbono compiere, per la scelta della via e della tecnica da usare, sempre valida, sempre rispettabile, sempre positiva se riesce e per quanto riesca a trasmutare l’essere che la impiega e se l’essere la pratica non nascondendosi dietro ad essa come dietro ad un paravento per salvare la sua rispettabilità di esoterista. Ma a che cosa mai potranno servire le tecniche per quanto elaborate esse possano essere se in realtà quel processo interiore e quella trasformazione interiore non avvengono con un progresso quotidiano? Se non si pongono in atto quelle condizioni di risveglio dell’Io che lo porranno al centro del proprio campo di coscienza pronto ai richiami del Sé che è il Tutto, mosso dalla Volontà che è una forza agente insostituibile e che gli uomini spesso scambiano per tante altre cose che in verità nulla hanno a che vedere con la volontà? L’uomo deve acquisire le qualità del dio e qui le metodiche sono tante. Ricorderò le tecniche descritte da Ambelain nella sua Alchimia Spirituale, gli esercizi introspettivi e la pratica, le tecniche suggestive di Roberto Assagioli e perché no anche la via della devozione. Come si vede si può scegliere, su un mazzo di cose, ciò che maggiormente confà alla propria personalità senza dilungarsi su inutili disquisizioni non operative sul tipo di via con gli aggettivi appresso: mistico, lunare, solare, secco, ecc... Non dimentichiamo che quando si parla di iter operativo non si intende solo, come erroneamente alcuni potrebbero pensare, di magia cerimoniale... operare significa sempre fare! La via della devozione è una via rispettabile ed adatta per molti Martinisti, ma anche nella via devozionale le tecniche sono molto interessanti se si conoscono. Vorrei sottolineare questo perché mi sembra molto importante, talmente importante che sentendo parlare gli esoteristi che abbiamo a portata di mano, vien voglia di domandarsi se e quanto essi conoscono ciò che dicono, non tanto per averlo praticato, ma per averlo almeno letto magari con la stessa attenzione che si pone per un fatto di cronaca avvenuto in Papuasia. È importante sapere che la via del cuore di Saint Martin è davvero valida; che portare dio dentro il proprio cuore come consiglia il nostro illuminato fratello non è impresa facile... è impresa da titani, da conquistatori...! D’altra parte Saint Martin mai rinnegò la teurgia Cohen, la lasciò solo quando ritenne di non averne più bisogno e solo quando ritenne che i vantaggi che ne aveva tratto già erano sufficienti. É agevole qui vedere che si tratta, quando si parla di questi argomenti, solo di tecniche che sono sì importanti, ma non determinanti essendo altra cosa intuibile, quella essenziale.  

E noto come per Saint Martin l’uomo è il centro di ogni cosa e solo per mezzo dell’uomo - egli dice - che si possono spiegare le cose e non l’uomo per mezzo delle cose. Non occorrono templi, né complicate cerimonie perché l’uomo si unisca a dio, l’unione avviene per mezzo del cuore.  

Infatti l’anima dell’uomo essendo di origine divina rappresenta il polo inferiore di Dio ed ivi egli risiede. Possono sembrare queste elucubrazioni filosofiche, ma la storia nostra e quella profana confermano che Saint Martin sperimentò la sua via a fondo riuscendo ad ottenere risultati assai brillanti. Debbo tuttavia aggiungere che anche nella via devozionale può entrare tutta una rituaria che l’ignorante tapino scambia per magia, per solarità e per chissà che cosa. Ho detto scambia e ve ne faccio un esempio. L’adorazione di un dio d’Amore consiste nel realizzare l’unione di se stessi con il dio sino a divenire uno con esso. É facile pensare all’adorazione del Cristo. Bene, vi propongo l’adorazione di Osiride. É chiaro che se volete porla in pratica dovrete necessariamente ricorrere ad una rituaria di tipo egizio equivalente, ed ecco che, poiché sembra che tutto cambi, il solito tapino pensa alla magia ed invece fa solo della devozione. Saint Martin aveva preso per suo dio il Cristo, nulla obbliga alcuno a prendersi come dio Osiride o Iside o Horus o Giove o Mercurio e via dicendo. Giuliano Kremmerz ed il Levi affermano che il mago comincia il suo lavoro senza alcuno strumento e finisce l’opera senza strumenti alcuni; egual cosa afferma Saint Martin. Adorare un dio significa acquisirne i caratteri. Adorarlo significa porre questi caratteri fuori del proprio essere ed identificarvisi mediante l’amore e la devozione sino ad acquisirli.  

È per questa ragione che un maestro disse: «Cerca il tuo ideale tra gli dei pagani. Perché gli dei rappresentano una delle forme attraverso le quali si manifesta l’Assoluto. Tu sai che ciascun dio rappresenta una delle forze agenti nell’Universo, è il simbolo di un Principio, una faccia della Verità. Ma è anche l’ideale più elevato che l’uomo possa concepire della Forza operante in questo mondo di cui è il principio ed il simbolo. Studia, t’ho detto, ciascun dio pagano, il suo carattere, i suoi miti, i suoi poteri, i suoi attributi. E sappi che quando tu avrai ottenuto la perfetta rassomiglianza, quando sarai giunto ad incarnarne l’ideale che rappresenta, tu avrai diritto a Poteri che potrai qualificare divini».

Le cose stanno proprio cosi. Gli ingredienti sono gli stessi della magia e della teurgia, si tratta semmai di usare un certo atteggiamento od un’altro. Questa è la verità! Provate a costruirvi tutto un rito di invocazione di un dio e vedrete quanta scienza magica occorre per metterlo in piedi. Provate a costruirlo a mo’ di semplice studio ed esercitazione e noterete quanto arricchimento - questo solo fare - vi arrecherà. E fatelo da soli perché il rapporto tra un individuo ed il cosmo, l’universo, la divinità, l’eggregoro, ecc... è solo individuale! Ciò detto, riaffermiamo che a livello di grado di Iniziato è possibile cominciare a compiere quella scelta e quella separazione che diverrà poi stabile a livello di Superiore Incognito. Egli comincerà a comprendere il vero significato della terapeutica verso gli altri esseri e verso la nostra patria la Terra. E comincerà il lavoro reale ma per divenire tali voi dovete avere un sentimento di amore così candido, così senza ombra di egoismo, che l’aura vostra deve essere colorata e profumata. Bisogna interiormente essere come in stato di preghiera, l’anima trepidante come in comunicazione con Dio. Il fratello terapeuta è un uomo che si accinge volontariamente alla conquista delle sue virtù super umane o divine, per mezzo di una vita rettissima e pura e, contemporaneamente, pone la conquista delle sue forze al servizio dei dolori che affliggono il suo prossimo meno progredito spiritualmente. Egli diverrà terapeuta verso i mali dell’uomo e della Terra, un combattente contro la negatività. Il Superiore Incognito possiede il massimo della iniziazione ed il massimo dei poteri trasmissibili, quindi ha in se le capacità per operare. Ma operare significa - ripeto - fare, muoversi, non restare in attesa della imbeccata o di una impossibile illuminazione in stato di inerzia. Il nostro Ordine è operativo in rapporto alla volontà di operare da singoli membri ed è contemporaneamente un Ordine di inerti in rapporto alla inerzia degli stessi benché esso proponga una operatività.  

Mi sembra che il discorso sia chiaro e logico!!  

Il Superiore Incognito dalla lunarità passa potenzialmente alla solarità. Ed anche questo deve essere un concetto ben chiaro. La solarità è dentro ciascuno, non è al di fuori, essa c’è e si manifesta se l’individuo la trae dal di dentro, non si manifesta se resta in uno stato di attesa passiva... L’Ordine sottopone al Superiore Incognito una sua proposta di operatività che è assai interessante, densa di significati, tradizionalmente valida e tale proposta è rappresentata dalle operazioni solari di lotta contro la negatività nel mondo e di risalita sull’albero della vita. La prima è collettiva, la seconda non può che essere solitaria. La prima è l’espressione del coronamento in certe epoche dell’anno di un orientamento e di un atteggiamento di positività del Martinista che dovrebbe permeare ogni attimo della sua vita ed è sulla linea della tradizione martinezista come concezione direttrice. La seconda è trasmutatoria. La prima può equipararsi alla magia eonica in quanto l’operatore agisce, non più devozionalmente, su entità di altri piani, la seconda è indubbiamente “alchemica”. (E per chi mi intende non parliamo esclusivamente della cosiddetta alchimia spirituale). È chiaro che tutte le regole della Tradizione classica operativa qui si ritrovano nella loro integrità, nel loro valore applicativo e naturalmente nei loro effetti poiché (malgrado ogni considerazione) si tratta della scienza una applicata ovviamente alla reintegrazione individuale ed universale. Ma perché tutto ciò risponda appieno allo scopo e non divengano semplici esercitazioni magico-teurgiche, perch’esse non siano che orpelli, necessita che l’operatore sia realmente tale. E qui è giocoforza inserire tutta un’altra appendice. Debbo necessariamente ricordare come la condizione esistenziale dell’uomo è quella d’essere stato posto potenzialmente al centro dell’universo. L’Iniziatore colloca il Superiore Incognito al centro della croce dei quattro elementi, centro che deve essere tuttavia realmente acquisito o precedentemente alla operazione d’iniziazione o successivamente alla stessa. Postosi al centro della croce della materia allora in realtà entra in funzione la legge espressa dalla Tavola di Smeraldo: “come in alto così in basso per compiere il miracolo dell’opera una”. Ci sembra opportuno approfondire ora il quadro generale dell’iter operativo che viene proposto al Martinista. Non è necessario soffermarci sulle tecniche che sono numerose e che ciascuno può trovare sui libri, farsi raccontare o inventare e che portano tutte allo stesso risultato presupponendo certe condizioni primarie tra le quali il desiderio di mutare, seconda la volontà di mutare, terza la determinazione della meta e la costanza ed il ritmo nella applicazione e via dicendo... tutte cose note ed arcinote. Il tutto, notate bene, nel luogo ove i fati hanno posto il soggetto, senza necessità di girare il mondo, di andare in India o nel Tibet o a Londra o alla storica Roccacannuccia.  

La maestranza sui quattro elementi, acquisibile solo operativamente e non in via vicaria in stato di sogno (sia ben chiaro), presuppone una prima trasmutazione dell’essere, presuppone i prodromi del possibile raggiungimento dello stato di mag.  

Sempre operativamente potrete entrare in contatto con gli spiriti della natura e poi secondo la tradizione con quelli delle altre sfere. La TEURGIA può ora sostituirsi alla Magia, il Superiore Incognito può ora iniziare le sue relazioni con gli Esseri delle Alte Sfere. I Cohen di Martinez de Pasqually nel loro iter iniziatico dopo una lunga preparazione iniziavano le operazioni per ottenere i noti passi o glifi luminosi delle entità che invocano appartenenti a diversi livelli di spiritualità. La comparsa di un glifo, ricercata nel prontuario dei segni, indicava al teurgo il suo grado di ascenso. Non credo - e ciò in accordo con altri - che la teurgia di Martinez adattata - notate bene - alla cultura ed alle concezioni del tempo, sia oggi praticabile tale e quale. Ma il fine dell’operare comporta l’acquisizione nell’ascenso progressivo dell’essere, di virtù sempre maggiori rispetto a quelle possedute dall’uomo comune, ed il risalire quindi dalla molteplicità dei sottomultipli in cui ci troviamo, verso quella unità a cui aspiriamo.  

Dice un Maestro: «Quando sarai giunto ad acquisire una parte delle loro virtù, ti sarai avvicinato di un passo alla divinità unica, perch’essi non sono che le immagini delle sue manifestazioni».  

Far nascere il Fuoco dentro di noi, farlo crescere, ingigantire come fiamma che salga, divampi e bruci ogni scoria per riunirsi al fuoco primo, questo sì che è possibile e che rappresenta il coronamento dell’opera di qualsiasi iter operativo! E su cui qui si deve tacere. Non posso esimermi dal concludere sull’iter ch’esso sfocia necessariamente dapprima con un fugace contatto con il daimon o con l’Angelo o con il Cristo o con il Sole, contatto che deve poi essere reso stabile sino alla scomparsa della propria personalità (non ho detto individualità) che per i kabbalisti coincide con il famoso salto dell’Abisso. Questo è l’iter operativo del Martinismo così come lo ha indicato, sia pur con le sue grandi lacune, il suo primo Maestro Martinez de Pasqually; come l’hanno praticato, indipendentemente dalle tecniche di volta in volta prescelte, i suoi discepoli e quell’evocazione del Cristo - cui prima accennavo - sotto questa luce appare nella sua piena significazione.  

Ai pronti il realizzare!

 

 

 Il Tempio Martinista

di

Francesco Brunelli

  

 

Per il Martinista il Tempio è in realtà lui stesso, ed è la costruzione della sua personalità, del proprio essere, la trasmutazione del proprio microcosmo verso le immensità macrocosmiche. Quando avrà compiuto l’Opera unificatrice non vi saranno più significazioni differenti, ma una cosa sola esprimerà il Tempio: l’uomo Uno con l’Universo. E si avrà il compimento dell’integrazione ed il termine del lavoro martinista. Il Tempio Martinista è qualsiasi luogo su questa terra, al chiuso o all’aperto, che in virtù dei poteri in possesso ai S.I. e per mezzo del Rito è suscettibile di trasformarsi in luogo consacrato.  La trasformazione di un luogo consacrato è evidenziabile perché in quel punto e in quel momento si salda, anche in forme e modi sperimentabili, la catena dei vivi e dei morti che appartengono ed hanno appartenuto all’Ordine. In questo vibrare ed in questo ritmico - stato d’essere -, percepibile sensibilmente da coloro che sono - svegli e presenti -, non percepibile da coloro che sono - presenti ma assenti -, che il Tempio si costituisce. Non c’è bisogno di locali, non c’è bisogno di muri, non c’è bisogno di orpelli, di patacche, di diplomi attestanti i sogni irrealizzabili degli impotenti ad essere se stessi ! C’è solo bisogno di ESSERE per poter costituire un Tempio. Ed allora questo Tempio assume - indipendentemente dal luogo dove siamo riuniti e dove si opera - il luogo ove la presenza cosmica ed i Maestri Passati vengono ad illuminare i Fratelli e le Sorelle riuniti intorno al S.I.. E ben diverso è allora il Tempo Martinista da qualsiasi altro Tempio eretto alla gloria di un Dio o di un grande Artefice dei Mondi! È ben diverso perché differente è la sua costruzione, la sua significazione, la sua funzione ... Quando il tempio è stato costruito secondo i mezzi noti, rappresenta quel punto sulla terra dove il Martinista lavora e parte per la sua avventura iniziatica, per vincere o morire nelle tenebre del mondo profano, in cui inesorabilmente l’Eggregore lo respingerà se non avrà in se sufficientemente alimentato questo sacro fuoco che lo rende atto alla lotta. E morirà, in realtà, anche se continuerà a sedere per tutta la vita in uno dei quattro punti cardinali di cui è costituito il Tempio ed in cui la tolleranza, la pietà e l’amore dei fratelli lo collocheranno e lo tollereranno. Tante cose ancora poteremmo dire, invocare ed evocare a pro di coloro che si avvicinano a noi affinché gli siano sufficienti per fargli muovere ciò che da sempre in lui c’è o per farlo rinunciare ad andare oltre una – terra ignota - che , per questa volta e per questa vita è meglio che rimanga tale!  

Tutte queste cose sono il Tempio del Martinista!

 Che è da sempre è aperto a tutti, e chiuso per coloro che non sanno, non possono e non vogliono bussare nelle debite forme ... perché bussare è facile, ma ciò che è difficile è entrare se non si bussa in modo adeguato. E ci sia concesso di aggiungere che bussare in forma adeguata significa semplicemente acquisire la qualificazione per essere ammessi. Non siamo, carissimi fratelli, nel mondo pietistico e profano di certo cristianesimo; siamo in un mondo differente ove la carità è Caritas, ove la pietà è Amore e non pietismo, ove i metalli si pesano per quel che valgono e non per quanto luccicano. Così è.

 

 

Appunti sulla Reintegrazione di Martinez de Pasqually

di

Francesco Brunelli

 

  

Anche l’Uomo-Dio, o Reau, abusò, seguendo quanto dice il “Trattato”, dei suoi privilegi. Orgogliosamente ritenne che la potenza in suo possesso fosse così grande come quella del Creatore ed il dramma comincia. Uno dei principali prevaricatori «sotto la forma apparente di un corpo di gloria» persuade Adamo «ad operare secondo la scienza demoniaca». «Hai in te innato — gli dice — il Verbo della Creazione... crea dunque delle creature perché sei un creatore. Opera di fronte a quelli che sono fuori di te, ti renderanno l’omaggio e la gloria che ti competono». Tale affermazione era tuttavia solo apparentemente fondata in quanto se Adamo possedeva un «potere creatore» tuttavia non poteva servirsene senza la cooperazione del Creatore stesso; in altri termini se la volontà del Primo Uomo fosse stata quella del Creatore, il frutto della operazione sarebbe stato perfetto poiché i due pensieri creatori si sarebbero completati agendo in sincronia. Ma Adamo intraprendendo la creazione di esseri spirituali senza la cooperazione divina commise una colpa ancora più grave di quella che era all’origine dell’Universo, anche se è ben vero che tale crimine proveniva «dalla sua volontà e non dal suo pensiero» in quanto l’idea gli era stata indotta dagli spiriti perversi. Colpa più grave abbiamo detto in quanto egli operò quell’atto creativo che gli altri non avevano avuto il tempo di compiere avendo la divinità impedito alla loro volontà ribelle di manifestarsi. Come si nota facilmente attraverso tali racconti, nel pensiero di Martinez, l’origine del «male» è nella volontà creatrice delle forze primordiali. Egli conserva le tradizioni esistenti in tutte le teologie in merito alle due differenti «creazioni», la prima detta degli Angeli, sulla quale la Genesi non si sofferma sotto intendendola solo con il suo primo versetto. «All’inizio Dio crea il cielo e la terra» (Gen I, 1) per passare alla seconda «La Terra era senza forma e vuota, le Tenebre erano ecc...». Ma gli «Angeli» non sono stati sottoposti ad una «prova» da Dio, come la tradizione giudeo cristiana vuole — osserva giustamente Robert Ambelain — «al contrario, alcune entità giunte al termine della missione per cui erano state emanate (cioè liberate e dotate così necessariamente di libero arbitrio) si rifiutarono di reintegrarsi nell’Assoluto, nel Piano Divino... preferendo il me, momentaneo, peribile, illusorio, al eterno, reale, indistruttibile. Da loro stesse, preferirono vivere fuori piuttosto che essere riassorbite e rimarranno a causa della loro attitudine lontane dalla luce». È evidente che l’insieme di tali entità o energie (l’eggregoro del male inteso come privazione del bene) necessariamente agirono sull’Adamo-Kadmon, sull’uomo archetipo, androgino preposto al mantenimento di un equilibrio universale — di un universo non identico al nostro. E l’equilibrio preesistente nel «regno», che «non è di questo mondo», si rompe creandosi un’altro equilibrio ed un’altro universo. Martinez così prosegue sintetizzando quanto è contenuto nel “Trattato”. La punizione fu doppiamente severa sia per il risultato dell’atto criminale, sia per il cambiamento di stato del colpevole. Dio «rinchiude nella forma di materia creata da Adamo, un essere minore». In realtà Adamo non produsse che una forma tenebrosa (materiale) e non una forma gloriosa simile alla sua. Egli stesso la chiamò «Houwa» o «Homenesse» che misticamente deve intendersi «carne della mia carne, ossa delle mie ossa, opera della mia operazione concepita ed esercitata per opera delle mie mani». E il Creatore lascia sussistere l’opera del Minore affinché di generazione in generazione venga, dall’immagine stessa del suo crimine, punito... affinché la sua posterità non ignori la prevaricazione ed apprenda in tal modo che le pene e le miserie che sta soffrendo non vengono dal Creatore, ma dal suo primo padre, dal creatore cioè della materia «impura e passiva» (soggetta cioè alla sofferenza). E così Adamo venne bandito dal mondo celeste e precipitato negli abissi della terra, contemporaneamente anche la sua «forma gloriosa» venne trasformata in una forma materiale e passiva soggetta alla corruzione. «Questo corpo fatto di materia terrestre aveva la stessa figura apparente del corpo di gloria con il quale Adamo era stato emanato» ma era una semplice riproduzione identica a quella della «Houwa» da lui creata. Prigioniero di questa forma Adamo dovrà abitare la terra «sulla quale prima del suo crimine regnava come Uomo-Dio senza essere confuso con essa e con i suoi abitanti». Agirà come un essere spirituale temporale (composto di un’anima e di un corpo) soggetto al tempo ed alle sue leggi (morte) a cui prima non era sottomesso. Houwa gli servirà a perpetuare la razza dei minori decaduti, perché condannato a riprodursi materialmente, non potrà più usare delle essenze «spiritose» materiali, inoltre, essendo separato da Dio potrà essere preda degli spiriti perversi. Nel suo stato di gloria, conosceva direttamente il pensiero di Dio e quello dei demoni, leggeva l’uno e l’altro come su un libro aperto; il previlegio dello spirito puro e semplice (non imprigionato nella materia) è di «poter leggere nello spirito per sua corrispondenza naturale e spirituale». Dopo la caduta Adamo non ebbe più che una conoscenza passeggera e frammentaria del pensiero divino per mezzo di «effluvi» che gli iniziati chiamano «intelletto buono». Per una disgrazia fu più accessibile alle suggestioni dei demoni i cui pensieri comunicavano direttamente con lui per mezzo dello «spirito cattivo». Malgrado questa maggiore apertura verso la negatività, tuttavia la parte già assegnatagli gli aveva impresso un carattere indelebile ed Adamo continuava ad essere superiore a tutti gli esseri spirituali, non solo, ma di fronte al suo errore ed alla successiva comprensione, Dio «si riconciliò spiritualmente con lui e lo ristabilì nelle stesse virtù e potenze possedute in principio contro gli infedeli alla legge divina». Tuttavia Adamo «peccò» nuovamente. Ma vediamo un po’ più approssimativamente quanto accadde con la rottura dell’equilibrio all’atto della creazione prevaricatrice di Adamo, secondo gli studi del ricordato Robert Ambelain. L’Uomo-Archetipo, creando, modifica le leggi esistenti spezzando così l’equilibrio nel quale si trovava. Da Architetto dell’Universo, diviene il Demiurgo. Volendo creare degli esseri spirituali non fa che oggettivare i propri concetti, desiderando di creare dei corpi non riesce che ad integrarli nella materia grossolana, volendo animare il Chaos non fa che imprigionarvisi. L’Uomo-Archetipo era un androgine, abbiamo detto, «Dio crea l’uomo a sua immagine: maschio e femmina... ed è l’elemento negativo, femminile, quello che Adamo oggettiva fuori di lui». È questo «lato» sinistro, femminile, passivo, lunare, tenebroso, materiale che si separa dal «lato» destro, maschile, attivo, solare, luminoso, spirituale, per dare vita ad Eva.  

Questa Femmina-Archetipo, è la nuova materia, l’Eva della Genesi, la simbolica donna che Adamo «penetra» per creare la vita, la Madre simboleggiata in tutte le religioni con molteplici nomi. Ed ecco la seconda colpa di Adamo. «Quando con Houwa furono costretti ad abbandonare il mondo celeste, ricevettero l’ordine di riprodurre forme simili alle loro»; obbedirono «con una furiosa passione dei sensi della loro materia», sì che Dio rifiutò la sua cooperazione a questa opera. Il loro primogenito Caino, cioè «il figlio del dolore», cadde in potere delle potenze demoniache. Abbandonandosi ancora al delirio dei sensi procrearono due figlie: Cainan ed Aba I, poi, con un intervallo di sei anni, due maschi e due femmine.  

Il primogenito di questa seconda serie fu concepito in conformità dei precetti del Signore, senza eccesso sensuale; in tal modo «il Creatore non poté rifiutarsi di corrispondere alla loro operazione» e nacque un essere dotato di ogni virtù e saggezza spirituale che venne chiamato     Aba IV cioè «figlio di pace» ma Caino, furioso per aver dovuto cedere il suo diritto di progenitura ad Abele, incoraggiato dalle sorelle Cainan ed Aba I, lo uccise. In tal modo, il sangue espiatorio del giusto sigillò la seconda riconciliazione di Adamo verso Dio. Gli uomini tuttavia vennero privati di una luce sul loro cammino e Dio «riversò i doni della vittima su un’altro minore. Adamo concepì un terzo figlio che chiamò Seth cioè ‘ammesso alla posterità di Dio’».  

A partire dalla terza posterità di Adamo la sorte dell’umanità è fissata per sempre: il genere umano si compone di due classi: i discendenti di Caino e la posterità di Seth. I primi sono reprobi, prigionieri della materia. Scopriranno i mezzi per costruire città, fondere metalli, sfruttare miniere, ... ma erreranno nelle tenebre e quando il diluvio avrà cancellato dalla faccia della terra la prima umanità pervertita, essa rinascerà con la discendenza di Cam. I secondi pur praticando culti favorevoli a Dio furono deboli come lo fu a sua volta il Primo Uomo e, malgrado la difesa divina, la posterità di Seth si unì con «i figli degli uomini, cioè le figlie concubine della posterità di Caino» e decadde a sua volta «da tutte le conoscenze divine spirituali che Seth le aveva comunicato».  

La storia del popolo ebreo non sarà che il racconto dettagliato di queste ricadute seguite da un pentimento e da una riconciliazione effimeri. Gli ebrei infatti, benché illuminati a differenti riprese da un inviato, dimenticano le verità perdendo ogni comunicazione con Dio facendo così cadere intere generazioni nelle tenebre sino a che non compare un nuovo profeta il cui insegnamento non abbia un successo più duraturo. Dovremmo dilungarci eccessivamente su un infinito numero di particolari aventi un contenuto esoterico eccezionale, non lo possiamo fare nei limiti impostici dallo scopo iniziale, ma dovremo concludere in qualche modo questo excursus in cui assistiamo alla involuzione dell’Uomo Archetipo, affermando che egli può sicuramente riprender possesso del suo primitivo splendore e della sua libertà separandosi dalla materia di cui è permeato. Per raggiungere un tale scopo occorre che tutti gli uomini, cellule dell’archetipo, si reintegrino definitivamente ristrutturando l’Adamo. Come ciò possa avvenire sarà l’oggetto di ulteriori comunicazioni; Martinez con la sua dottrina, certamente originale, ne offre una chiave ed i suoi seguaci hanno cercato di forzare con essa le barriere esistenti.  

 

 

Introduzione Sommaria all’Ordine Martinista

di

Francesco Brunelli

 

  

L’Ordine Martinista è l’espressione degli insegnamenti di Martinez de Pasqually, di Louis Claude de Saint Martin e dei suoi Maestri, di Papus, di Stanislas de Guaita e dei loro ispiratori tutti rifacentisi a quell’occultismo occidentale che affonda le sue radici nella tradizione egizio-atlantidea e che è permeato dalla saggezza esoterica proveniente da canali diversi, segnalatamente dal canale gnostico-cristiano e kabbalistico. La essenza di questi insegnamenti contenuti in ponderose opere scritte, viene trasmessa mediante una semplice cerimonia di iniziazione rituale. Aperto agli uomini come alle donne, il Martinismo è un raggruppamento iniziatico che possiede:  

Una dottrina filosofica e mistica,

Un metodo di lavoro individuale e di gruppo,

Una linea sulla quale i membri debbono operare secondo le proprie possibilità individuali. 

Gli scopi principali che l’Ordine propone ai suoi membri sono essenzialmente due:  

1. — la riconciliazione e la reintegrazione individuale,

2. — la reintegrazione universale.  

Il Martinista approfondirà in seguito questi scopi non fermandosi alla lettera, ma penetrando dietro la significazione nascosta dall’antropomorfismo utilizzato dai Maestri per enunciarli. I mezzi che offre per il raggiungimento di questi scopi sono individuali e collettivi, il Martinista cioè viene posto in grado di compiere sia individualmente, sia in comunione con gli altri membri dell’Ordine, il lavoro di reintegrazione. Scolasticamente — e quindi non iniziaticamente — possiamo, su tale assunto, costruire il seguente schema:  

1. Lavoro individuale. a) Scoperta della vera natura e del vero essere dell’uomo. b) Lavoro di liberazione delle scorie che imprigionano l’uomo qui «in basso», lavoro di ordine interiore ed «operativo». c) Contribuzione personale alla reintegrazione universale mediante la partecipazione alle operazioni.

2. Lavoro Collettivo realizzantesi mediante la partecipazione attiva al lavoro di catena avente come effetti: d) L’intercambio energetico tra gli anelli della catena. e) L’utilizzazione delle energie singole simpaticamente agenti per il potenziamento della catena e per le operazioni di purificazione dell’aura terrestre. Riti giornalieri, mensili, equinoziali.  

Tale schema, che si fonda su convincimenti personali, indipendentemente dalle Scuole, trova la sua giustificazione nello studio e nella applicazione pratica degli insegnamenti esistenti nella letteratura di ispirazione martinista. Sommariamente possiamo approfondire quanto esposto nello schema sacrificando alla chiarezza (e quindi peccando di leggerezza) l’interiore profondità degli insegnamenti dei Maestri Passati e di quelli viventi qui «in basso». 

a) L’uomo, per Louis Claude de Saint Martin, è la somma di tutti i problemi. È lui stesso un problema, l’enigma degli enigmi. Non si può comprendere l’uomo per mezzo della natura, ma la natura per mezzo dell’uomo. Louis Claude de Saint Martin invita l’uomo a considerare se stesso e ad analizzare la realtà che avrà scoperto in tal modo. Così l’uomo scoprirà il suo vero rango e percepirà l’armonia del mondo secondo il famoso adagio di Delfo. «Conosci te stesso e conoscerai l’Universo e gli Dei!». L’uomo, malgrado la sua «degradazione» porta sempre con sé evidenti i segni della sua origine divina. Incatenato sulla terra come Promoteo, esiliato dal suo regno, quale fine si potrà proporre se non quella della reintegrazione?  

b) Una volta conosciuta la sua vera natura egli non aspirerà che alla liberazione dalla prigione e dopo aver indagato sui mezzi a sua disposizione, inizierà quel lavoro di decondizionamento, di decantazione e di purificazione che lo condurrà, dopo aver realizzato il noto quadruplice motto: osare, tacere, sapere, volere, ad operare quella trasmutazione di alchimia spirituale avente come fine la strutturazione di un tipo d’uomo differente dalla umanità media, certamente ad essa superiore per evoluzione e per possibilità, «riconciliato e reintegrato nelle sue primitive» qualità e potenza. Indipendentemente dalle «tecniche» usate dall’iniziato egli potrà agire anche «operativamente». Tale lavoro, che comporta la messa in azione di operazioni che, seguendo gli schemi tradizionali (purificazioni, regime alimentare, preghiera magicamente intesa, allestimento di un luogo operatorio, ecc...) e particolari rituali (segnalatamente martinezisti) apporta all’operatore che ha un cuore puro ed una fede sincera degli effetti sensibili, consistenti in genere in una visione diretta di lampi e di glifi (i passi) che rappresentano dei segnali sul cammino della reintegrazione e che confermano la validità del lavoro e la sua progressione.  

c) Il contributo alle operazioni per la purificazione dell’aura terrestre avviene mediante la partecipazione attiva (come operatore) a queste.  

d) La catena martinista permette che si stabilisca un intercambio energetico tra fratello e fratello, tra fratello ed eggregore. Per suo mezzo si creano inoltre quelle energie che saranno utilizzate per gli scopi generali dell’Ordine.  

e) L’atmosfera astrale del nostro globo è infestata:  

1. dai pensieri negativi emessi dagli uomini; 2. dalle forze negative di esseri non corporei (sono queste forze che generano i mali dell’umanità e si frappongono alla sua rapida ascesa evolutiva: guerre, odi razziali, religiosi, sociali, di caste, di collettività, desideri egoistici, ecc...) 

Soltanto le operazioni teurgiche, veri e propri esorcismi, sono in grado di combattere questa negatività con successo. Operazioni teurgiche collettivamente eseguite hanno una forza che aumenta in senso geometrico in rapporto al numero degli operatori e, spostando anche di poco la polarità dell’ambiente astrale, contribuiscono alla grande opera della reintegrazione universale. La catena martinista può naturalmente dedicare le sue energie positive a combattere la negatività su tutti i piani; particolare attenzione viene posta anche alle operazioni di guarigione. Questa introduzione sugli scopi e sui mezzi atti a conseguire tali scopi è certamente carente, ma il completamento di questo schema volutamente semplice, è compito del Fratello che intraprende l’ascesa, attraverso la comprensione degli insegnamenti successivi e soprattutto attraverso la pratica, indispensabile per qualsiasi progresso. Infatti non dobbiamo sottacere una Verità fondamentale, senza la quale la comprensione effettiva del Martinismo sarebbe desolatamente tradita e la verità è questa: nel Martinismo si pone come scopo fondamentale ed irrinunciabile la reintegrazione per ottenere la quale si deve giungere alla pratica trasmutatoria che in termini più correnti e comprensibili è alchimia. Alla trasmutazione si giunge attraverso la pratica (e mai attraverso la pura teorizzazione) anche fideistica, la quale mediante l’intervento dell’Eggregoro di catena permette che il piccolo arcano, di per sé ineffabile, venga intuito dall’adepto o rivelato. Il possesso del piccolo arcano naturale permette l’avviamento all’ulteriore fase di lavoro. Senza questa intuizione o rivelazione non v’è possibilità di progresso in quanto nessun essere vivente, nessun istruttore, può spiegare chiaramente il segreto. È solo l’appartenenza all’Ordine, l’applicazione della regola e la pratica costante che aprono queste possibilità. È quindi risibile qualsiasi organizzazione che si definisca iniziatica (indipendentemente dalla denominazione ch’essa assuma) senza il possesso effettivo degli Arcani e di un Collegio Operativo in grado di trasmettere ai chiamati le istruzioni relative al piccolo ed al grande magistero. Perciò ricordiamo ancora un passo del De Guaita che è da meditare profondamente: «Noi ti abbiamo ‘cominciato’: il ruolo degli Iniziatori deve fermarsi qui. Se tu perverrai da te stesso all’intelligenza degli Arcani, tu meriterai il titolo di Adepto; ma sappi bene ciò: è invano che il più sapiente dei Maestri ti riveli le supreme formule della scienza e del sapere magico; la Verità Occulta non si può trasmettere con un discorso: ciascuno deve evocarla, crearla e svilupparla in sé. Tu sei Iniziato: sei uno che gli altri hanno messo sulla Via; sforzati di divenire Adepto; uno cioè che ha conquistato la scienza da se stesso, o, in altri termini, il Figlio delle sue opere».

 


[1] Bibliografia: Francesco Brunelli, Il Martinismo e l’Ordine Martinista, Volumnia, Perugia 1980.

[2] Superiori Incogniti Iniziatori

[3] Vincenzo Soro

[4] Gerard Encausse

[5] Arturo Reghini

[6] Roger Ragon

[7] Superiori Incogniti



 

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