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kremmerz

 

 

 

Il Processo del Mago

Società Editrice del Libro Italiano, Roma 1942

 

 

 

 

 

 

p.5

 

Credevamo di incontrarlo in qualche misterioso antro da favola, tra filtri, alambicchi ed altre diavolerie. Ed invece eccolo davanti a noi — apparente età di venti anni, baffettini curati, occhio mobile e vivo — eccolo il mago Koböaks che una denunzia del barone Ric­ciardelli, spogliato di circa un milione e mezzo nel corso di comples­se pratiche occultistiche, ha strappato ai cieli della magia e portato sul banco degli imputati in Tribunale.

— Sono io — egli ci dice, vedendoci perplessi sulla sua magica identità — sono appunto io il mago che voi cercate, il mago Koböaks. Volete sapere perchè sono qui? E’ presto detto. Per una estrema reincarnazione del barone Ricciardelli. I Numi hanno voluto che egli si reincarnasse in parte lesa di un processo penale. E così reincarnato, l’infelice non mi riconosce più. Quando io ritenevo di essere Pasquale Pugliese, studente di null’altro pensoso che di com­piere onorevolmente i miei studi liceali, fu lui — il barone — a rivelarmi l’essenza magica della mia personalità ed a convincermi che la mia vera identità era quella del mago Koböaks. Oggi che di questa mia identità io non dubito più, il barone pretende ahimè che tale identità io non abbia avuto mai e che io non sia altro che lo studente Pasquale Pugliese, fraudolento divoratore di parte del suo patrimonio. E’ per questa inversione di convinzioni del barone sulla mia identità che oggi purtroppo si svolge questo processo a mio carico.

— Allora voi non siete nato mago?

— Ma niente affatto. E senza il barone Ricciardelli, come già vi ho detto, non lo sarei divenuto mai. Il barone mi conosceva come nipote di quel dottor Formisano che, sotto lo pseudonimo di Giuliano Kremmerz ha scritto numerose opere di ermetismo applicato alla terapeutica, fra cui e L’Avviamento alla Scienza dei maghi. Un gior­no venne a trovarmi a casa del mio precettore prof. Verginelli (nota 1). Con un pretesto mi portò con sè, in un albergo dove mi iniziò alle prati­che occultistiche, esponendomi alcune teorie di Platone e di Pita­gora sulla reincarnazione dell’anima e svelandomi tutto un mondo misterioso che io ignoravo. Quando uscii dal colloquio col barone Ricciardelli io non ero più lo studente liceale Pasquale Pualiese: io ero la remcarnazione del mago Koböaks che il barone aveva evo­cato per lenire le sue pene.

— E ve le espose il barone queste sue pene?

— Tutte egli me le confidò, quasi di un fiato con voce soffocata, in preda ad agitazione vivissima. Mi raccontò che egli era un sacer­dote della Corte dei Faraoni, il quale duemila anni fa aveva com­messo un grande crimine. Si era appropriato del tesoro custodito nel Tempio del Sole ed aveva insidiato la moglie del Faraone. Per­ciò i Numi si erano vendicati. Egli era stato condannato alla reincarnazione e nella nuova vita doveva, bevendo nella coppa dell’oblio, dimenticare l’esistenza precedente. Il barone non aveva osato resi­stere ai volere dei Numi. Ed era così reincarnato in un plurimilio­nario che, per potere espiare la millenaria colpa, doveva spogliarsi di tutte le sue sostanze. Dopo avvenuta la spoliazione, sarebbe en­trato in possesso di vistose ricchezze, sia con grosse vincite al giuoco che con tesori che avrebbe rinvenuti in Atlantide...

— E fu ai fini di questa espiazione che pensò a voi?

— Appunto. Perchè vide in me la reincarnazione del mago Koböaks. Ed era scritto che il mago Koböaks avrebbe dovuto ricevere tutte le sue sostanze e, sperperandole aiutarlo ad espiare.

— Così vi versò un milione e mezzo.

— Sì, soltanto un milione e mezzo. E purtroppo non ho potuto assolvere che in parte il mio compito. Che solo un milione e mezzo ho potuto sperperare della vistosa sostanza baronale. Quando il ba­rone stava per consegnarmi un altro milione sono stato arrestato. Non fu colpa mia se il volere dei Numi non è stato adempiuto, se il povero barone Ricciardelli non ha potuto espiare... Ed è forse per questo — concluse con un lungo sospiro il mago, congedandoci — è per questa mancata espiazione del barone che dovrò ora espiare io. —

(…)

Il mago fu buon profeta. ii suo processo si è svolto in numerose udienze avanti la X Sezione del Tribunale di Roma in un’aula affollatissima di pub­blico fra cui molte rappresentanti dei gentil sesso e studenti univer­sitari che hanno trovato un’interessante materia di studio in questa vicenda giudiziaria dove le persone del dramma e i fatti si presen­tavano veramente con un carattere eccezionale. Lo studente Pasquale Pugliese, col suo pallido volto di adolescente illuminato da due oc­chietti vivissimi. si è difeso assumendo di essere stato non il cir­conventore ma il circonvenuto del barone Ricciandelli, di essere stato iniziato dallo stesso alle scienze ermetiche, di essere stato suggestionato a tal punto da ritenere effettiva in sè l’identità di quel mago Koböaks, di cui secondo il barone egli doveva essere la reincarnazic­ne. Il barone Ricciardo Ricciardelli, che ha mantenuto per tutto il dibattimento, in una linea di signorilità, un olimpico contegno di grave e paziente rassegnazione, seduto costantemente accanto ai suoi difensori, quasi per cercare all’ombra delle loro toghe ancora un ul­timo riparo alle seduzioni del giovane mago, ha invece asserito di avere conosciuto il Pugliese perchè nipote dello studioso di ermetismo suo amico Formisano, il quale gli aveva spesso parlato dell’esistenza di un maestro dell’occultismo svedese chiamato Koböaks, gran medi­catore di ferite dello spirito e saggio consigliere. In un momento di crisi spirituale per gravi preoccupazioni familiari, ne aveva parlato col giovane studente, e questi dopo qualche tempo gli aveva comu­nicato di essere entrato in rapporti col Koböaks e si era offerto come intermediario. Da qui l’inizio dell’opera fraudolenta del Pugliese nei confronti del barone e l’erogazione delle somme, che il barone cre­deva andassero effettivamente al Koböaks e che invece il Pugliese sperperava allegramente, menando una vita di gran fasto, tra viaggi, gioco e amanti.

(…)

Il Tribunale ha ritenuto il Pugliese responsabile del delitto di circonvenzione di incapace ascrittogli e lo ha condannato ad anni tre e mesi due di reclusione e a lire diecimila di multa, col condono di due anni e dell’intera multa. Avendo espiata la restante pena, lo studente mago è stato rimesso immediatamente in libertà.

 

 

 

 

DALLA REQUISITORIA DEL PUBBLICO MINISTERO F. POLITO-DE ROSA

 

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…..L’occhio allucinato dell’occultista crede scorgere attraverso i se­coli, come un filo conduttore sotterraneo nella multiforme vita del­l’umanità, la tradizione esoterica e magico-alchemica; e in essa fan­tasticamente ricollega la cosmogonia, la mitologia e i riti delle re­ligioni iniziatiche dell’oriente favoloso e mistico alla civiltà occi­dentale ed al tempo nostro macchinoso e inquieto. E vede senza interruzione snodarsi le maglie impalpabili della catena aurea dei figli di Ermete Trismegisto, continuatori della dottrina oscura e abissale che credono nascosta ai profani nel simbolismo sacro dei testi attribuiti al suo divino insegnamento. E rannodarsi in essa con orgogliosa esaltazione i misteri immemorabili delle più antiche religioni morte: indiane, persiane, orfiche, egizie, mescolate e ri-vissute nel sincretismo fanatico e ingenuamente mistificatore, che su le splendenti architetture classiche della filosofia greca e dello stoicismo latino, ripullulò col mostruoso rigoglio d’una vegetazione tropicale ad opera degli ellenisti di Aessandria, punto d’incrocio delle diverse civiltà dei tre continenti allora conosciuti. E indi al­lacciarsi alle astruse elucubrazioni della cabala rabbinica, alle so­gnanti esaltazioni dell’ascesi gnostica, alle opere tenebrose e ai fuochi fiabeschi dei maghi, alchimisti, negromanti, teurgi, se­gretisti, astrologi del medioevo. E quindi sollevarsi e illuminarsi nelle ariose speculazioni del neoplatonismo della rinascenza; ma poi nuo­vamente abbassarsi e corrompersi nelle tenebrose frodi, consapevoli e inconsapevoli, di mistagoghi, segretisti, misteriosofi, ciarlatani; e diffondersi e raggrupparsi nelle sette dei Rosa-Croce e nel­le innumerevoli società teosofiche anglosassoni, e nei circoli e ce­nacoli dei mesmeristi, spiritisti, ermetisti del Sette e dell’Ottocento, che accesero di fosforescenze spettrali e di lividi barbagli il procelloso cielo romantico. E nei moderni adattamenti le vede ancora proseguire, nella scienza, con la metapsichica di Richet e dei se­guaci; nella filosofia, con l’idealismo magico di Evola, nutrito di pensiero orientale e di spirito romantico; e persino nella lettera­tura, procedendo dal satanismo di Baudelaire e di Rimbaud, all’occultismo teosofico di Sar Peladan e di Fogazzaro, con l’esoterismo di Onofri e il magismo di Bontempelli e di Montale, nel quarto di secolo che ansiosamente viviamo.

 

Ma una continuità e un’importanza più certe e remote possiamo anche noi riconoscere al nucleo centrale e comune delle varie dottrine, che si imperniano nella metempsicosi e in generale esplo­rano il valore dell’anima e il significato della vita. E con questo traslucido filo non è troppo difficile legare insieme in un rutilante rosario alcuni dei nomi che hanno un valore stellare nella storia dell’umanità, e nei quali si puntualizza la diversità infinita e la paurosa discordia del pensiero, proteso, fra cielo e terra, verso i bagliori d’una verità alta e lontana, e frapporre tra essi i nomi opachi e ambigui dei farneticanti, dei visionari, ed anche degli impostori più fortunati e famosi.

 

p.55

 

Basta una scorsa, per convincersi che l’ermetismo di cui Ricciardelli si dimostra seguace non ha nulla da vedere con le dottrine esoteriche e occultistiche, che nella comune accezione corrispondono a siffatta terminologia. Egli non segue gli schemi tradizionali e conosciu­ti di nessuna filosofia religiosa o morale. Discepolo inquieto e insof­ferente dello stesso Kremmerz e del suo sincretismo confusionario, ciarlatanesco e parolaio, egli se ne stacca e svincola ad ogni passo. La sua venerazione e fedeltà al Maestro è anch’essa una simulazione del suo atteggiamento processuale.

 

Egli s’è venuto man mano costruendo un suo particolare sistema di convinzioni a sfondo magistico, sorretto dai complicati e ingegnosi supporti della più svariata erudizione e della logica formale ben no­ta in tutti i deliranti lucidi, che tanto sorprende e inganna i profani. Della sua mente si potrebbe ripetere: è un mulino che macina bene, ma sfarina sassi. La sua magia rimane lontana dalle definizioni che se ne conoscono. Non è «il segreto di operare ciò che non può la natura», come voleva Voltaire; non «l’arte eroica di costruirsi una immortalità contraria ai voleri di Dio, come la vede Evola; non è la fede nell’onnipotenza del pensiero, che pone le leggi psicologiche aI posto di quelle naturali, secondo Freud, Tylor, Frazer.

 

Assurdamente ecclettico e strettamente finalistico e consequenziario, l’ermetismo del Ricciardelli si manifesta quasi esclusivamente nella pratica superstiziosa della parte rituale. E trascende e spregia ogni comune e sano principio morale, del pari che le più accettate e sicure acquisizioni della scienza, per restringersi a ricercare una so­luzione quasi meccanica dei problemi concreti della sua vita, me diante i riti più strani, alcuni dei quali ridicoli fino all’assurdo, e mediante operazioni di metapsichica, teurgia e e medicina ermetica, che compie preferibilmente in segreto o fra pretesi iniziati, pur non curando le derisioni e il contrasto con l’ambiente in cui vive, e a cui, sentendosi estraneo e diverso, si giudica superiore.

Ma non mai se ne stacca un palpito d’ala, un anelito di ascesi, uno slancio d’intuizione mistica.

Non mai vi brilla un lampo di universale e di eterno, non mai è dato sorprendervi l’ansia dei problemi dell’anima e dell’ultimo fine della vita.

Le sue esigenze più vere e impulsive non sono di natura spirituale, ma tutte immerse e affondate nella materia.

E perciò le sue costruzioni ideologiche sono impersonali e astrat­te soltanto in apparenza. In realtà esse rispondono a gli sbocchi necessari delle degenerazioni progressive e inemendabili della sua mente malata, che in quelle assurdità ansiosamente ricerca, più che la giustificazione razionale, la soddisfazione pratica dei bisogni e i compensi degli squilibri e delle deficienze del suo essere abnorme.

 

p.62

 

Ma alla costruzione ideologica e allo svolgimento sempre più ampio, complicato e fantastico del sistema delirante ha intensamente collaborato la frode spietata e scaltra di un gruppo di ermetisti, quasi tutti baresi, che faceva capo al Kremmerz e alla sua famiglia, fino al Pugliese, che è suo nipote ex filia.

Spetta al barese dott. B...., filosofo esoterico, cultore di metapsìchica e presidente di un Circolo Virgiliano e di occultismo, non meglio specificato: a colui, cioè, che venne dinanzi a voi, in bo­rioso contegno didattico, per farci stupire con la moltiplicazionc miracolosa delle proprietà che acquista il chimico, su cui si reciti il XXIX salmo di Davide; spetta a lui, benchè non mostri di gradirlo, il merito dell’iniziazione del Ricciardelli ai misteri della magia krem­merziana. Fu lui che trasse nell’ermetica ragna il gorgoglione dorato, da salassare e smungere esotericamente.

So bene quello che vorreste dirmi...

Ma io non posso camminare attraverso questo processo come un uomo bendato.

Se qui non v’è che solo il Pugliese da giudicare, tutti sappiamo che un altro processo s’istruisce ancora presso il Tribunale di Chieti; e abbiamo il dovere di non mostrare d’ignorarlo. anche se non e parso utile connetterlo a questo, per non ritardarne la decisione e pro­lungare la detenzione preventiva dell’imputato.

Volgendo una ad una le innumerevoli pagine che si sono venute accumulando sotto i nostri occhi, non si tarda a intravedere i sotter­ranei legami della duplice trama.

E se in quel processo, che sorse per un’accorata e tarda denunzia della signora Ricciardelli, forse già sospettosa, ma ancora ignara dell’attività e della persona stessa del Pugliese, due tra i frodatori — il Formisano e il Candela — si sono salvati nella morte (nota 2) c’è sem­pre luogo per aumentare il numero dei correi che ancora bevono per gli occhi la luce.

D’altronde, quello che sono per dirvi appartiene strettamente alla biografia del soggetto passivo del reato, con laboriosa fatica cri­tica ricostruita sopra gli scritti suoi e controllata sopra acquisizioni processuali certe: appartiene, cioè, all’indagine nodale della causa e ne segna il punto dolente, da cui le prove si dipartono come in due plessi cardinali. L’uno tesse la trama e offre i supporti del giudizio medico-legale, dacché — ammonisce uno scrittore — la biografia del paranoico è, in realtà, la storia clinica dell’infermità sua »; l’altro rivela e permette di seguire i procedimenti sottili dell’induzione de­littuosa.

Al Dott. B.... il vecchio amico e medico di casa Ricciar­delli aveva fatto una ben chiara e cruda relazione clinica, nell’affidargli l’infermo per un estremo tentativo, che per le vie dell’esaltata inclinazione di costui verso le così dette scienze occulte potesse giun­gere alle radici nascoste dell’infermità mentale. Il bisogno di credere nel proprio medico, comune ad ogni specie di ammalati, nel Ricciar­delli pesava come una necessità inderogabile. Bisognava, sopra tutto, integrarne la volontà imbelle e restia con quella del medico: che la fiducia fosse una fede.

E il Dott. B...., dall’ infermo già conosciuto in Puglia e frequentato qui, rispondeva a così fatte esigenze. L’infermo vedeva in lui non il comune medico educato dalla scienza ufficiale, che gli occultisti spregiano e deridono come candidamente positiva e bambina; ma il medico esoterico, coltivatore di studi teosofici su base pitago­rica e di esperienze metapsichiche e psicanalitiche; e sopra tutto l’iniziato, il mago, provvisto di arcani antichissimi poteri. E ardente­mente gli domandava e con fiducia incrollabile ne attendeva il rad­drizzamento sessuale delle proprie inibizioni erotico-realizzative.

Devo valermi della sua terminologia; ma voi, che avete letto e udito, intenderete meglio ch’io non possa qui ragionare.

Si tratta, in sostanza, d’una delle più avvertite manifestazioni della costituzione psicastenica del soggetto, nella fase di passaggio al de­lirio paranoico.

Sorgono dal fondo oscuro dell’essere, dove fermentano gl’impulsi del sesso, e investono la zona erogena e le funzioni sessuali, per ri­solversi in fenomeni d’impotenza psichica e di ginefobia.

Una oscura forza negativa lo paralizza e gli rende impossibile compiere un vero atto d’amore, se non meccanicamente e con ripetuti tentativi.

Sopra tutto gl’impedisce di concepirlo!

Ai Maestri, a gl’iniziati, persino ai Numi, con sofferente spe­ranza egli domanda in vano se sia vero che gli uomini amano...

La mia mente — scrive al “Giudice” Koböaks — localizza, li­mita, annulla l’idea della sessualità e della concepibilità sessuale... E si paragona alla pecora che ogni volta si dimentica d’essere tosata, e ai piccioni, a cui un vivisettore abbia asportato il cervello, e perciò si alimentano solo se vengono imbeccati.

E altrove, sconsolatamente: ...Io non posso discendere dal piano astrale al piano fisico... per ricostruire una scenografia fisica, perchè il mio essere ne trema di orrore... Tale è la reazione.., che nella mia mente si agitano propositi suicidi. E’ una sofferenza che preferirei la morte!

Applicò il Dott. B.... all’ amico suo Ricciardelli i principi e i procedimenti della metapsichica, o incautamente tentò e lasciò proseguire sopra di lui la terapia psicanalitica, con i suoi estremi pericoli?

 

Oltre le espressioni che ho riferito, molti altri non dubbi ac­cenni e richiami a siffatte esperienze e investigazioni assai spesso s’incontrano nei diari e nell’epistolario del Ricciardelli, e di termino­logia freudiana, a proposito e a sproposito, la stravagante sua prosa è tutta ingemmata, con la morbosa predilezione, tipica dei maniaci, per ogni sorta di neologismi. Si può, dunque, arguirne che non gli vennero risparmiate prove di tal genere, quasi in anima vili, con l’unico e non curato effetto che poteva ragionevolmente attendersene: di accelerare il processo evolutivo della malattia con l’esasperazione del delirio: cioè — direbbe A. Carrel —- col rendere l’infermo più squilibrato.

Ma una cosa è certa: che gli chiese danaro, molto danaro.

Oh ricchezza, malvagia consigliera d’inganni!

Ho qui un frammento, forse non esplorato finora, nel quale l’in­fermo schematizza una specie di sommario della propria biografia. Lo raccomando alla vostra meditazione. E’ qui la chiave di tutto l’intrigo.

B.... mi spinge al finanziamento Manzi: trecentomila lire. B.... mi domanda: — Sei tu disposto a dare, a quasi donare, in guisa che chi riceve, senza che tu t’ingerisca nella cosa, la restituisca a te inoltiplicata?

E Ricciardelli dà, certo della magica moltiplicazione.

Ed ecco il medico inteso, sopra ogni altra cura, al danaro del suo ammalato, a cui con nuova terapeutica elargisce consigli in materia amministrativa e finanziaria; ecco l’iniziatore esoterico volgere le occulte dottrine alla magia della frode e dello scrocco.

Chi è il Manzi?

Un altro teosofo barese, discepolo lui pure del Kremmerz, adepto forse del Circolo Virgiliano, certo amico e socio dell’esoterico dot­tore presidente.

Creduto finanziamento ed affare: ma effettiva donazione, anno­terà più tardi il deluso Ricciardelli, lamentando la perdita totale di quelle trecentomila lire.

E’ il primo passo sulla lubrica via della spoliazione mistificatrice, lungo la quale presto sarà seguito e sopravanzato; il primo anello della parassitaria e inesorabile catena, dal quale gli altri procederanno per gemmazione, come le immonde proglottidi dal loro cisticerco.

Nessuno osi parlare di probità, rettitudine e dignità di vita, a proposito di costoro!

Dalla vicenda trista di questo processo queste virtù sono estra­nee e lontane. Se si dovesse giudicare soltato da essa, bisognerebbe sconsolatamente concludere che dinanzi al danaro, lo sterco del demonio, l’uomo perde le sue virtù ad una ad una.

Non diversamente, la ricchezza pesa sul destino del povero Ricciardelli, più ancora della sua stessa infermità.

Fosse egli stato un uomo qualunque, poco o nulla tenente!

Il male avrebbe potuto forse arrestarsi, come talvolta accade, alla fase iniziale, e rimanere in quello stadio di semplice orientamento o costituzione paranoide, a cui vorrebbero ridurlo i consulenti tecnici: senza, cioè, degenerare nel delirio. E invece questi ciurmatori impas­sibili e avidi, esasperandone per gli scopi loro le originarie anomalie, ve l’hanno perversamente sospinto e lasciato rovinare.

Ahimè! le sue pingui terre si dilatavano in quattro provincie e la sua fortuna superava i venti milioni.

C’era campo e pascolo per un intero gruppo esoterico di truffatori.

Ma bisognava trovare il varco nella chiusa avarizia del proprie tario.

Perchè Ricciardelli è un avaro. Nessuna immagine più falsa e foggiata di quella che qui s’è voluto disegnarne e che lo raffigura come un prodigo dissipatore, e persino lo idealizza e lo eleva a in­namorato di Madonna Povertà, ansioso di spogliarsi delle dovizie ereditarie per espiare e redimersi.

All’occhio esperto del Dott. De Simone, Capo della Squadra Mo­bile di Polizia, non sfuggì la sua indole vera, nel vedergli contendere mezza lira al portabagagli. E noi pure abbiamo veduto assai bene come lesinasse, fuori d’ogni opportunità e convenienza, con la mo­glie, con i figli, con se medesimo...

Eppure, dopo le prime trecentomila lire, la dilapidazione dissennata non avrà più limite!

Dal mio frammento apparisce che il Manzi destinò parte di quella somma, o almeno dette a intendere al Ricciardelli di averla destinata a pagare i debiti dell’Avv. B....

Ed ecco svelato un altro membro del sinedrio kremmerziano, barese lui pure, anzi cognato d’una figliuola del maestro, che ne aveva due: l’altra è la madre del Pugliese. Non vedete che si resta in famiglia?

 

 

p.68

 

Lo stato dell’azienda era tanto rovinoso e conosciuto, che non si sarebbe potuto nasconderlo neppure a un uomo come lui.

Se le sue attitudini negli affari non sono state mai brillanti, come s’è qui voluto rappresentarle, ma molto inferiori alla media, negare che bastassero a fargli scorgere quello sfacelo sarebbe esa­gerare in senso opposto.

E non si tentò di nasconderglielo.

La trappola fu congegnata con arte più dotta e sottile, e da così fini artefici di reato, che nessuno sospettò mai di loro.

E potè servire a lungo, scaltramente, fino al Pugliese, e con facilità sempre maggiore, come cresceva il delirio della vittima: di­versa, di volta in volta, la mano visibile, una e ignota la mente.

Fu in quell’epoca che il B...., il Manzi e il Borracci —un medico, un ingegnere e un avvocato — accompagnarono a con­sultare l’oracolo e capo della esoterica famiglia, il nuovo adepto plurimilionario, sempre più ansioso di guarire.

Ben poco, quasi nulla aveva saputo operare la taumaturgia del Dott. B.... per il desiderato “raddrizzamento sessuale” del suo fiducioso discepolo, che poi nel suo diario autografo e nelle let­tere al gran Mago Koböaks acrimoniosamente lo deriderà e spre­gerà come misogino, incapace di comprenderne e guarirne le inibi­zioni dovute allo stato avatarico, e ridottosi, per tutto rimedio, a esor­tarlo prima ai postriboli e quindi al matrimonio.

Il “caso” difficile richiedeva ormai l’intervento personale del “maestro” Krernmerz, alla cui virtù certo avrebbe ceduto.

Bisogna dunque parlare di costui, sfondare i veli, pungere que­sta vescica!

Fra quali segni di riverenza e sfolgoranti attributi è passato finora negli scritti difensivi il suo enfatico nome!

Il più autorevole cultore di studi ermetici in Italia nello scorcio del secolo passato ed il principio di questo... fondatore d’una scuola di ermetismo applicalo alla medicina.

Così lo celebra l’ignoto autore della prefazione alla ristam­pa postuma di alcuni vari suoi scritti, sotto il titolo di Avviamento alla scienza dei Magi.

Devo alla cortesia dell’Avv. Niccolai, che l’ha ricordato, un esemplare di quest’opera. E’ la più sconclusionata, disinvolta e fatua di quante elucubrazioni e stramberie si trovano adunate nella collezione “Problemi dello spirito”, edita dai Bocca. La stimata casa editrice non ha saputo neanch’essa negare qualche condiscen­denza al ricorrente favore per le così dette «scienze occulte», che la grande guerra passata rimise di moda e diffuse per il mondo degl’in­quieti, degli squilibrati e dei visionari.

E, purtroppo, non soltanto di costoro!...

Ma tant’è: l’onda invisibile del pensiero, che all’onda incessan­temente sopravviene, talora s’increspa e dissolve con uno sciacquio vano di spume.

— Avv. De Marsico: “C’è anche Spencer”.

— P. M.: Ma in ben altra compagnia e in una diversa col­lezione. In questa, sono adunate solamente le opere di alcuni sco­nosciuti, che sotto il velo d’un complicato simbolismo e dì fumose allegorie, di pseudonimi esotici e titoli smisurati, dissimulano alle turbe sempre desideranti la propria vacuità boriosa e stolta; e sen­za serietà di dottrina, nè vigore nè equilibrio d’intelletto, si slan­ciano a verbali esplorazioni degli abissi umani e divini. Taluno so­pra vi saltabecca con atteggiamenti ispirati e scimmiesca goffagine; altri tentano con vane logodedalìe gli enigmi dell’universo, simili a quegli equilibristi che arrancano sui pedali delle loro biciclette da circo, senza che le ruote avanzino d’un passo. Altri ancora con vano anelito smaniano nel perseguire le verità sfuggenti oltre la na­tura e la ragione, come il cane talora s’affanna a rincorrere sul prato l’ombra d’un volo.

Non so quanta buona fede e sincerità ispiri e in certo modo nobiliti le vaniloquenti fatiche di costoro; nè questo è il luogo per indagarlo e ricercare dove giunga l’inganno inconsapevole o la mi­stificazione ciarlatanesca s’insinui. Ma sull’ermetismo del Kremmerz gli atti di questa causa persuadono un ben diverso e reciso giudizio,chè ogni erba si conosce per lo seme.

E i frutti del pomario fabulatorio di questo “maestro” di fole e d’inganni, come le vuote bacche di certi alberi stenti su le rive morte dell’Asfaltide, non racchiudono che poca cenere e qualche larva bavosa.

Dott. Giuliano Kremmerz!

Non c’è bisogno ormai di svelare, sotto l’enfasi di questo pseu­donimo, quello stesso Ciro Formisano, che si vede imputato nel processo di Chieti. Oscuro d’origine e di meriti (nota 3) di lui sappiamo sol­tanto che nacque a Portici, si sposò a Bari e, senz’arte e senza parte, emigrò a tentare fortuna in Argentina. Dopo lunghi anni d’ignote vicende, rimpatriò con alcune svilite azioni in tasca e molte e strampalate idee in mente, intrise di non poca crurmeria. Medico senza studi e senza laurea, e perciò spregia­tore borioso della scienza accademica, fondò una così detta «Schola» di occultismo, e se ne fece capo e maestro. Ma non raccolse i frutti che aveva sperato; e di nuovo emigrò e si stabili a Beausoleil, dove il Ricciardelli fu condotto a venerarlo.

Questo parabolano di scarse lettere e nessuna coerenza e serietà di pensiero, ma di greculo ingegno e furberia, in tempo di crisi e frattura della civiltà materialistica, s’atteggiò a tardo imitatore del fastoso Paracelso, e osò invidiargli il vanto di riformatore teosofico della medicina, per un suo grossolano rifacimento del mesmerismo, riverniciato di teosofia blavatskijana arbitrariamente agganciata alla solita “catena delle anime oranti”.

E ancora imitando quel mirifico contemplatore del misterioso Archoeum, volle ribattezzarsi, nel nome falso accoppiando a quello dell’antico imperatore gnostico un cognome per stridule asprezze modernamente suggestivo.

La sua “scienza”, “la sua e dottrina”, il suo “insegnamento”!…

Ma guardiamolo un poco da vicino, saggiamo il timbro di que­ste monete!

Basterebbe rileggere il giudizio del perito, pur così rispettoso e tollerante d’ogni opinione e stranezza. Preferisco porgervi questo in apparenza dignitosissimo volume, e dirvi io pure: Tolle et lege! Ecco qui l’ermetismo che questo ennesimo cerretano senza origina­lità e senza scrupoli ha spacciato per una più fedele e nuova rivela­zione dell’immemorabile verità esoterica e dei segreti della Grande Arte Antica Sacerdotale.

Già alle prime pagine scoprirete quale intento veramente lo ispiri: adunare proseliti intorno al gruppo di famiglia e smerciare carta stampata e rimedi taumaturgici fra gli ammalati di snobismo e d’inquietudine, tra i fanatici, i paradossali, gli ambigui, i pervertiti, che invocano l’apparizione dell’ignoto e battono allucinati e ane­lanti alle trentasei porte dell’occulto.

Se proseguirete, vi parrà d’avventurarvi in una labirintica fantasmagorìa di vuote chiacchiere, gonfie di muffa e di prosopopea, tra l’ondeggiare di frusti pennacchi retorici e orientali fosforescen­ze e cadenze di stile. In una confusione babelica di concetti inde­terminati e contradittori, con faciloneria da orecchiante tratti dalla storia delle religioni e dalle filosofie più remote, come dalla scienza e dalla tecnica del ferreo tempo nostro; di aerei filosofemi, e di pratiche astrologiche; di atti di fede, e richiami matenialistici; di riti e operazioni taumaturgiche, e banali precetti dietetici.

E tutto è rimescolato e sviluppato in cento modi diversi e con termini poco intelligibili, nel flutto torbido d’una erudizione gros­solana e capricciosa, per solo impulso di frammentarie intuizioni emotive e senz’altra connessione che di espedienti verbali, frasi a pendolo, accostamenti sbalestrati e scorciatoie sbrigative. Nell’intri­co dei simboli e delle figure il pensiero dell’autore, che di conti­nuo annunzia la luce, non si cela, ma s’intorbida e dissolve, se tentiamo di afferrarlo, come i vapori solforici delle fumarole.

Tanti nomi ho udito citare, e tacerne uno solo, che sta su la bocca di tutti: il Conte di Cagliostro. Senonchè, quel sontuoso avventuriero in broccato, parrucca e spadino respingerebbe il paragone con lo squallido impostore moderno.

Fino a quel giorno tanto atteso, il milionario postulante non aveva conosciuto che soltanto in enigmate il Maestro venerato dei propri iniziatori e condiscepoli, che gliene avevano comuni­cato la dottrina, svelato gli scritti e trasmesso gli arcani voleri.

Da quel giorno in poi, i pellegrinaggi del discepolo ritrovato alla Delfo mediterranea dell’ermetismo di quei ciurmatori non si conteranno più. Per oltre tre anni, fino al trapasso del Formisano. invocato in quel tempo come Nume Magister, tutta la vita del Ricciardelli si volge a quel polo.

E di continuo egli corre a Beausoleil assetato di sicurezza, per qualunque sua risoluzione, come alla fonte della sua stessa volontà. Prigioniero egli è ormai interamente del sinedrio kremmerziano, che ne sfrutterà senza tregua nè limite le follie e le sventure; e non potrà, non vorrà più liberarsene.

Da tempo lo studiano e spiano, come l’onda esplora lo scafo immerso per aprirsi un varco.

Ora, nel mal connesso fasciame di quella miseranda personalità di paranoico, quale fenditura più cedevole e adatta di quel com­plesso d’inferiorità, nel quale l’infermo da se medesimo compen­dia ed esprime le manifestazioni più acute del suo male? dell’intensa carica psichica (adoperiamo noi pure un termine freudiano) che se ne genera? di quell’acceso anelito, che lo sprona e sferza alla ricerca di un’opera, in cui possa compiere un’affermazione perso­nale, e il suo orgoglio, esasperato dalle negazioni e derisioni altrui, possa trovare un compenso vittorioso e stupendo?

Tutto il suo orgoglio ripone nella incompresa genialità, che nel campo delle più astruse speculazioni di economia e nella pratica di ogni sorta d’industrie, con tranquilla sicurezza si attribuisce.

Rigurgitano e rifermentano nelle farneticazioni della sua mente le mal digerite letture delle più utopistiche dottrine economiche, specie dell’hallesismo, sua antica predilezione; e, presentandoglisi sotto l’aspetto illusorio di ricordi, che egli chiama n.u.mmari, delle sue esistenze anteriori, vengono a situarsi nel centro del sistema delirante.

Ed è così che l’impresa già condannata di Tivoli gli viene rappresentata e profferta come il campo aperto dalle Forze onnipotenti e occulte, che governano il suo destino, alla magica azione compen­satoria richiesta dai Numi per il suo risveglio alla vita integrale e la vittoria su le inibizioni.

E l’affare è concluso.

Dove?

A Beausoleil, alla presenza propiziatrice del Maestro Kremmerz, circondato dai discepoli e dai parenti suoi.

Non sappiamo quanto vi lucrò ciascuno di costoro; ma trovo scritto che il Manzi ne uscì confermato nell’impiego di consigliere delegato, divenne anzi amministratore, in realtà unico e dispotico, anche di tutta casa Ricciardelli, assicurandosi emolumenti per oltre 80 mila lire all’anno, praeter quod intrinsecum latet, come dicevano i vecchi moralisti.

Occorreva un banchiere, naturalmente ermetico: e fu il Cavalli. Nel frammento che ho tra le mani ne trovo soltanto il cognome: quel povero Cavalli — lo commiserava il “Maestro”, raccommandandolo al Ricciardelli. Ma questo per conto suo commenta: altro ladro e prevaricatore!

 

 

p.74

 

…..Dal Maestro Giuliano Kremmerz — egli scrive — il riconosci­mento della mia antica personalità, del mio vero essere, il risveglio alla vita integrale e della vera vita che dovessi menare, il ricordo dei primi principi...

E la rivelazione era questa: per espiare il più antico dei pec­cati, un peccato d’amore, e con esso un vuoto di cassa (onde la dop­pia “inibizione”), dei quali s’era reso colpevole in Urbe Pharaonica, e ritornare qual’era maestro di magia, ritrovando l’antica strepi­tosa fortuna erotica e riacquistando insieme a mille doppi, le ricchezze impiegate nell’opera di mortificazione espiatoria, si reincar­nava in lui ai giorni nostri il Fenicio Morkherhaph, in avatar di Maestro Afratobito egiziano ad esso sovrappostosi....

Vengano adesso i riveriti contradittori in compagnia dei loro con­sulenti tecnici, e si provino a negare ancora l’infermità mentale!

Le frontiere della follia?

Di qual lungo tratto ormai esse sono oltrepassate!

Tutta la vita del malato già si muove e svolge nel campo magne­tico della follia, solcato di lampi, tra silenzi ansiosi e subitanei scro­sci di tempesta. Un’atmosfera di pericolo, di ansietà, di misteriose difese e di arcani malefizi sovrasta e opprime il mondo in cui vive: un mondo strano e allarmante. sparso di iddii, di metalli, di forze, e dominato da un Nume invisibile e onniveggente. il “Giudice”, che sembra riaddurre, in un’ombra stesa sopra la luce al neon e la logica del ventesimo secolo, antichi spiriti armati di influssi occulti e paurosi.

Ormai il visionario non modella più le idee secondo la realtà delle cose, ma, come tutti i folli, modella le cose secondo le sue sba­lestrate idee.

Cagliostro aveva fondato un’Ordine Egizio, ed egli profonde altro denaro per fondare un Gruppo Pharaonico….(nota 4)


 

NOTE

1- [Si tratta del famoso Vinci Verginelli]

2- [Questi passi non hanno bisogno di commenti. Ciò può spiegare perché Kremmerz si rifugiò in Francia, le accuse mossegli da Erim e se ne vedrebbero delle belle se si potesse accedere ai documenti processuali in questione.]

3- [Qui comincia un formidabile j’accuse del magistrato che non ci sentiamo affatto di condividere, perlomeno per ciò che attiene all’impianto ideologico di colui che consideriamo in ogni caso un Maestro.]

4- [Sappiamo di altri scervellati che da tempo si danno da fare per continuare la “dottrina” di Ricciardelli mista alle loro nevropatìe.]

 

kremmerz

 

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