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Giacomo Casanova

1725-1798

 

ricerche a cura di IniziazioneAntica

 

 

 

Giuseppe Balsamo Conte di Cagliostro agli occhi di Giacomo Casanova Cavaliere di Seingalt

- Articolo Anonimo -

 

 

Gentili amici, prima di passare alla trattazione della mia relazione, sento il bisogno di scusarmi con voi. Di scusarmi con tutti coloro  che vedono in Cagliostro una sorta di grande uomo, di taumaturgo, o di mago. Scusarmi con tutti coloro che considerano Cagliostro un grande iniziato, un uomo dotato di poteri soprannaturali. Parafrasando l’Antonio di  Shakespeare potrei dire che non sono qui oggi a lodare Cagliostro, ma a seppellirlo. Vi parlerò sì di Cagliostro, ma del Cagliostro visto dagli occhi di un grande uomo del Settecento europeo, uno spirito libero che per me rappresenta il filo rosso che ha unito tutti gli uomini e le donne che hanno caratterizzato il complesso e contraddittorio Secolo dell’età dei Lumi. Vi dirò di Cagliostro visto da Giacomo Casanova, e, vi assicuro, non sarà propriamente un elogio. L’uomo Cagliostro, e non il suo mito. Innanzi tutto è doverosa una premessa: delineare la personalità di Giacomo Girolamo Casanova non è cosa semplice. Tuttavia non posso esimermi da una brevissima parentesi sulla sua ricca vita, se non altro per dire che non fu solo, come spesso dai più viene descritto, un libertino, un “Casanova” verso il gentil sesso od un avventuriero. Casanova fu molto di più. A cominciare dai suoi nomi. Fu sì Giacomo Casanova, ma fu anche Farussi, a Cesena quando usò questo nome spacciandosi per un mago capace di estrarre un tesoro. Fu Paralis, questo il suo nome cabalistico. E Paralis era anche il nome del suo spirito guida che gli permetteva di realizzare la piramide divinatoria cabalistica di sua invenzione. Persa per moltissimi anni, e solo di recente ritrovata grazie allo studio di un siciliano, che Salvatore e Ninni sembrano conoscere. Fu anche Paralisèe Galtrinarde, nuovo nome cabalistico che usò per procurare l’ipostasi alla marchesa d’Urfè. Ma fu anche, e soprattutto, il cavaliere di Seingalt. Casanova fu un divoratore di libri, un abate, un avvocato, un falso capitano e il generale di un proprio esercito, fu mago, letterato, filosofo, fu impresario teatrale, ricchissimo finanziere quando inventò la lotteria in Francia che lo rese un pari del Re. Fu consigliere della zarina di Russia quando ideò il nuovo calendario. Fu un baro al gioco ed una spia dell’inquisizione veneziana. Fu l’unico uomo capace di evadere dai Piombi. Padroneggiava l’alchimia, la cabala e le scienze occulte, fu matematico, un grande ed impenitente amatore, un’instancabile viaggiatore, un impavido avventuriero. E fu rosacroce e massone.

Il contesto storico culturale di riferimento è, naturalmente, il Settecento europeo. Secolo nel quale, in Francia, un marito geloso veniva definito un nemico dell’ordine pubblico. Un secolo ancora colmo di discriminazioni sociali eppur ricco di fermenti egualitari e libertari. Un Secolo ancora impregnato di oscurantismo, che sbarrava ai più la conoscenza del sapere mettendo taluni libri al bando, ed al contempo dava vita all’enciclopedia. Un Secolo di privilegi e di affermazione di diritti. Il secolo di Voltaire e dei diritti umani, ma anche il secolo della Rivoluzione dell’ottantanove e di madame Guillotine. Un Secolo, infine, estremamente complesso e contraddittorio come  le personalità dei nostri due amici. È in questo contesto che dobbiamo considerare le figure di  Cagliostro e Casanova. Occorre, dunque, calarsi nello spirito del Settecento per poterli comprendere senza giudicarli in base alla morale corrente. I due sono stati per certi aspetti simili. Per tanti altri così estremamente differenti. Casanova è figlio illegittimo di un nobile appartenente ad un antico casato veneziano, che, pur non riconoscendolo mai, non mancò di offrirgli protezione. Cagliostro è figlio di un venditore di stoffe palermitano. Persino geograficamente i due si ritrovano agli antipodi. Estremo italico oriente da una parte, estremo italico occidente dall’altra. Fantasioso, allegro e giocoso Casanova; introverso e calcolatore Cagliostro. Entrambi ambiziosi ed avventurieri, ma in modo assai diverso. Avventuriere per spirito di vocazione Casanova, avventuriere per necessità Cagliostro. Il daemone avventuriero di Casanova lo spinge essenzialmente alla ricerca del sapere per sé stesso, quello di Cagliostro ad un sapere da tradurre in profitto. Casanova ama la vita, Cagliostro vuole dominarla, vuole anche  l’immortalità del corpo. L’ambizione di Casanova ha origine dalla propria autostima, dalla consapevolezza delle proprie capacità. Quella di Cagliostro ha radici, forse, nella rivalsa sociale. Non che Casanova non ambisse e sperasse ad aver riconosciuti i propri titoli e privilegi di nascita, tanto che il duello con un aristocratico polacco fu per lui una vera e propria rivalsa sociale, ma non tanto da esserne ossessionato come Cagliostro, che si diede perfino il titolo di Conte. Casanova, molto più sommessamente quello di cavaliere. Cavaliere di Seingalt. Più avanti se avrete pazienza vi racconterò un episodio su questo nome e del significato esoterico che se ne può dare. Amante ed amico delle donne, fino a divenire il suo stesso nome sinonimo di seduzione Casanova. Monogamo e complice della propria compagna e sposa, Cagliostro. Single e playboy uno, marito,tutto sommato fedele rispetto alla morale del tempo, l’altro. Per Casanova la donna era tutto. Un tutto dal quale non doveva avere legami troppo saldi però. Trattava gli amori come fossero affari, dal corteggiamento alla fine del rapporto. Eppure le donne ha sempre rispettate  e possiamo dire mai tradite. E non vi fu donna, esclusa la Charpillon, che non l’amò. Fece la fortuna di ognuna, e da molte ricevette grandi fortune. La sua più importante benefattrice fu la marchesa d’Urfè, vedremo più avanti il loro rapporto. Non volle mai sposarsi, né comprar mai casa, ed invero i suoi amori finivano sempre allo stesso punto, sempre nello stesso momento.  Quel momento che presto o tardi arriva tra gli innamorati, quel fatidico attimo in cui la donna chiede di esser presa in moglie. Ecco, giunti a questo punto Casanova non si dava alla fuga, ma trattava la separazione come fosse un vero e proprio affare. Organizzava pranzi e cene, o mondane occasioni, con illustri e ricchi ospiti e segnava il destino della propria amata dandola in moglie ad un altro. Solo Henriette avrebbe voluto sposare, ma fu Henriette che per amore e per aver appreso la reale natura di Giacomo non volle. Sapeva, Henriette, che nel tempo, il matrimonio,  lo avrebbe reso infelice. Casanova si infiammava e straziava per ogni amore, follie, regali degni di un re, opere e gesti realizzabili solo un amico delle donne. Cagliostro, invece, ebbe Lorenza Serafina Feliciani, che sposò a Roma nella chiesa di San Salvatore in Campo, e dalla quale mai si distaccò. Fu la sua miglior alleata, il miglior complice che potesse desiderare, l’unica a conoscenza della sua storia e dei suoi segreti. Salvo un episodio compagni fedeli per tutto il viaggio della vita. Per quel che sappiamo, non ebbero figli. Casanova ne ebbe molti. Furono entrambi massoni, e di questo parleremo in seguito, ma in modo diverso, molto diverso. Un semplice e forse poco appassionato associato appare essere stato Casanova, un carrierista Cagliostro. Carrierista per il fatto che si fece gran copto (gran maestro) di un rito da lui concepito ed ideato, ed ancor oggi praticato: il così detto rito egizio. Sicuramente entrambi riuscirono a penetrare i segreti iniziatici dell’ordine, sicuramente entrambi furono degli eccezionali recipiendari in possesso di una grande magnitudo animae. Più colto e poliedrico Casanova, più mistico e filosofo Cagliostro. Entrambi alchimisti, entrambi ricevuti con i dovuti onori nelle corti d’Europa. Più interessato ai salotti Casanova, più agli intrighi di palazzo Cagliostro. Entrambi liberi pensatori, forse troppo per il potere del tempo. Ed in particolare per quello dell’inquisizione, santa o meno che fosse. Entrambi possedevano la capacità di essere alla pari con le menti più brillanti ed in vista dell’epoca; con le buone maniere Casanova, con un  alone di mistero Cagliostro. Di Casanova si temevano i libelli e segreti che custodiva su fatti e personaggi; di Cagliostro il modo in cui dava forma concreta al suo pensiero, ovvero la capacità di acquisizione del potere attraverso soprattutto  i riti praticati nelle sue logge. Talento quest’ultimo, che con molta probabilità, fu la causa principe ed il prezzo più alto del conto che l’inquisizione gli presenterà. La prima volta che Casanova accenna a Cagliostro nelle memorie, lo fa paragonandolo a un ufficiale dell’esercito, tale Don Bepe, alias  Giuseppe d’Affiglio alias Marrati alias Marcati fu un’eccezionale figura di avventuriero. Napoletano d’origine, fece per alcuni anni l’attore e recitò in molti teatri italiani e stranieri. Nel 1754 a Vienna comprò il grado di capitano, ma ben presto piantò tutto per darsi a quella che era la sua vera professione, quella di giocatore. Da allora si fece un nome presso tutte le città e le corti come brillante avventuriero e spregiudicato giocatore, fino a che, nel 1778 fu arrestato a Bologna come falsario e imprigionato a Firenze. Condannato alla galera a vita, morì in prigione nel 1797.

 

Giacomo Casanova, 1750

 

Scrive Casanova: «verso sera vennero gli stessi giocatori dell’altra volta e tutto andò come allora. Don Bepe, però, si prese del briccone e ricevette  una bastonata, di cui fece finta di non accorgersi. Era un tipo interessante. Nove anni dopo lo rividi a Vienna, capitano al servizio dell’imperatrice Maria Teresa, con il nome di Afflisio. Dopo altri dieci anni lo ritrovai colonnello, poco più tardi milionario e, infine, tredici o quattordici anni fa, galeotto. Era un bell’uomo ma, cosa strana, aveva una faccia patibolare.  Ne ho visti altri del genere: Cagliostro, per esempio, e qualcun altro che non è ancora in galera ma che ci andrà perché nolentem trahit». 

Dunque Cagliostro, ai primi occhi di Casanova, appare come un tipo interessante, con una faccia patibolare che presto finirà in galera.

Correva l’anno 1769, Casanova aveva preso una camera ai Tre Delfini di Aix-en-Provence. Scrive Casanova:

«ad Aix, la compagnia alla tavola comune era eccellente e quindi vi pranzavo e cenavo tutti i giorni.  Un giorno, a pranzo, tutti parlavano di un pellegrino e di una pellegrina italiani che erano appena arrivati in albergo, ai piedi di san Giacomo di Galizia: doveva trattarsi di persone di alta condizione, perché arrivando in città, avevano distribuito ai poveri molto denaro. La pellegrina, poi, si diceva che fosse incantevole: una ragazza sui diciotto anni che, stanchissima, era subito andata a letto. La curiosità di tutti noi che alloggiavamo nell’albergo era grande e, come italiano, dovetti mettermi  alla testa della compagnia per andare a far visita a quei due che dovevano essere devoti fanatici o grandi imbroglioni. La pellegrina era seduta su un seggiolone, con l’aria di una persona spossata dalla fatica, ma era indubbiamente un tipo che attirava  l’attenzione per la sua giovanissima età, per la sua bellezza che era accentuata da un velo di mestizia e anche per il crocifisso di metallo giallo, lungo sei pollici, che reggeva in mano. Appena ci vide entrare, comunque,  la ragazza depose il crocifisso e si alzò per accoglierci gentilmente, mentre il pellegrino, che stava attaccando delle conchiglie su un mantello di tela cerata nera, non si mosse e, anzi, sembrava suggerirci, guardando di sfuggita la moglie, di interessarci solo di lei. Piccolo di statura e ben fatto, l’uomo, dimostrava cinque o sei anni più della moglie e a giudicare dal suo aspetto  appariva  un  tipo  piuttosto  baldanzoso,  sfrontato  e impertinente: insomma, un vero e proprio delinquente, tutto il contrario delle moglie, che ostentava nobiltà, modestia, ingenuità e pudore. I due riuscivano a stento a farsi capire in francese e quando mi rivolsi loro in italiano, tirarono un sospiro di sollievo. La donna mi disse che era romana, ma in verità non c’era bisogno che lo precisasse, giacché il suo accento grazioso lo dimostrava chiaramente. Quanto a lui, lo giudicai siciliano, benché mi assicurasse essere napoletano. Il suo passaporto, rilasciato a Roma, dichiarava che il suo nome era Balsamo, mentre la ragazza si chiamava Serafina Feliciani, e mentre lei non ha mai cambiato nome, il lettore ritroverà questo Balsamo, tra una decina d’anni, sotto il nome  di Cagliostro. La ragazza ci raccontò che stava ritornando a Roma insieme a suo marito, felice del devoto pellegrinaggio che insieme avevano fatto a San Giacomo di Compostella e a Nostra Signora di Pilar: aveva viaggiato a piedi sia all’andata sia al ritorno ed era sempre vissuta di  elemosina, invano desiderando la miseria per avere ed ottenere maggior merito di fronte a Dio, che durante la sua vita aveva tanto offeso. «Inutilmente» aveva continuato, «chiedevo non più di un soldo: tutti mi hanno sempre dato oro e argento, e così, arrivando in città, ci siamo  visti costretti, per assolvere fedelmente il nostro voto, a distribuire ai poveri tutto il denaro che ci restava, giacché, se l’avessimo tenuto, ci saremmo resi colpevoli di una mancanza di fiducia nell’Eterna Provvidenza.» Quindi ci confidò che suo marito, che era un uomo vigorosissimo, non aveva sofferto, mentre lei, invece, aveva patito pene terribili, perché aveva dovuto camminare sempre a piedi e dormire in letti scomodi, per di più quasi sempre vestita, per timore di contrarre malattie della pelle da cui sarebbe stato difficile guarire. Sentendole dire queste cose, non potei fare a meno di pensare che ce ne parlasse per metterci addosso la curiosità di vedere come fosse fatta la sua pelle in parti diverse dalle braccia e dalle mani, di cui intanto ci lasciava intravedere gratis la bianchezza e il perfetto lindore. Di fatto, era molto bella, e aveva un unico difetto: le palpebre un po’ cispose, che nocevano alla dolcezza dei sui begli occhi azzurri. Comunque, continuando nel suo discorso, la ragazza aggiunse che contava di riposarsi tre giorni ad Aix e di ripartire poi per Roma, previa una sosta a Torino per venerare il Santissimo Sudario: sapeva che in Europa c’erano parecchi Sudari, ma le avevano assicurato che l’unico vero era quello esposto a Torino, che era lo stesso di cui Santa Veronica si era servita per asciugare il viso grondante di sangue del nostro Redentore, che vi aveva lasciato l’impronta del suo volto divino. Alla fine della conversazione uscimmo tutti molto contenti di aver visto una graziosa pellegrina, ma piuttosto perplessi circa la sua devozione. Quanto a me, debole com’ero ancora per la malattia, non feci su di lei  alcun  pensiero,  ma  tutti  quelli  che  erano  con  me  avrebbero volentieri cenato con lei, se appena ne avessero avuto l’occasione. Comunque, l’indomani il pellegrino scese a domandarmi se volevo salire a pranzare insieme a sua moglie e a lui, o se preferivo che scendessero loro. Ovviamente, a quel punto, sarebbe stato scortese rifiutargli una cosa e l’altra, e così gli risposi che mi avrebbe fatto piacere se fosse sceso a mangiare. A tavola l’uomo, a una mia domanda circa la sua professione, mi confidò di essere disegnatore a penna, specializzato in quello che si chiamava chiaroscuro. Tutta la sua bravura, insomma, consisteva soltanto nel ricopiare una stampa, non nel crearla, ma mi assicurò che, nella sua arte, era molto stimato, giacché sapeva copiare qualsiasi stampa così bene da sfidare chiunque a scoprire quale differenza ci fosse tra l’originale e la copia.

«Mi compiaccio con lei. Con un talento come il suo, in caso di bisogno, si guadagnerà abbondantemente il pane dovunque le venga in mente di stabilirsi.»

«Me lo dicono tutti, ma si sbagliano. Talento o non talento, in questo mestiere si fa la fame, perché in un giorno intero di lavoro, a Roma e a Napoli, riesco a guadagnare solo mezzo testone, e non basta certo per vivere.»

Dopo avermi fatto questa confidenza, mi mostrò alcuni ventagli disegnati da lui e devo ammettere che erano davvero belli: erano a penna, ma sembravano stampati. Quindi, per convincermi della sua bravura, mi fece vedere anche la copia di un Rembrandt che aveva fatto e che era più bella, se possibile, dell’originale. Malgrado tanta perizia, egli, che indubbiamente eccelleva nel suo mestiere, mi giurò che questo non gli bastava per vivere. Personalmente, però, non gli credetti, perciò mi parve uno di quei geni fannulloni che preferiscono la vita vagabonda alla vita laboriosa. Comunque sia, quando feci per dargli un luigi in cambio di uno dei suoi ventagli, non volle vendermelo e mi pregò di accettarlo gratis e di fare una questua a tavola per lui, perché aveva intenzione di partire l’indomani stesso. Accettai il regalo e, quanto alla questua, gli raccolsi cinquanta o sessanta scudi, che la pellegrina venne a ritirare di persona  alla tavola dove eravamo seduti.

Quella giovane donna non aveva assolutamente un aspetto libertino e anzi, si comportava da persona riservata e per bene. Invitata a segnare il suo nome su un biglietto della lotteria, si scusò dicendo che a Roma non si insegna a scrivere alle fanciulle che si volevano far crescere oneste e virtuose. Tutti risero, tranne me, perché mi faceva compassione, e non volevo vederla avvilita. Ne dedussi, comunque, che doveva essere di origine contadina. Il giorno seguente, la ragazza venne nella mia camera a chiedermi una lettera di raccomandazione per Avignone. Gliene feci subito due, una per il banchiere Audifred, e l’altra per l’albergatore del San Omer, ma la sera, dopo cena, lei venne a restituirmi quella per Audifred, dicendomi che suo marito le aveva detto che non era necessaria, e nel darmela mi invitò a controllare se la lettera che mi restituiva era la stessa che le avevo consegnato. Dopo aver osservato più attentamente la lettera, risposi che si trattava senza dubbio della stessa, ma la ragazza rise e mi fece notare che mi ingannavo, perché si trattava soltanto di una copia. Protestai che non era possibile e lei allora fece scendere suo marito, che mi mostrò la mia lettera e mi convinse di quell’imitazione prodigiosa, ben più difficile di una copia di una semplice stampa. Non nascosi all’uomo tutta la mia ammirazione e gli dissi che poteva indubbiamente trarre grandi vantaggi dalla sua abilità, ma che, se non fosse stato ben attento, essa avrebbe anche potuto costargli la vita. Il giorno successivo, la coppia partì. Il lettore, a suo tempo, a dieci anni cioè a partire da questa data, saprà dove e come ho rivisto quell’uomo sotto il nome di conte Pellegrini insieme alla sua buona Serafina, sua moglie anima dannata. Mentre sto scrivendo, egli si trova in prigione, da dove non uscirà più, e sua moglie forse vive felice in un convento. Qualcuno dice addirittura che è morto. Pare evidente, dalla lettura delle memorie, che Casanova fosse assai più interessato alla pellegrina che al pellegrino. Il più grande dei falsari, ecco come appare Cagliostro agli occhi di Giacomo Casanova. Non a caso Cagliostro, proprio per le sue doti di falsario, fu cacciato da Roma, per aver falsificato delle cedole, denunciato da Ottavio Nicastro e da suo suocero, il padre di Serafina. Poi, per la sua famigerata passione per i diamanti, sarà coinvolto nel caso della Collana della regina che gli aprirà le porte della Bastiglia. Casanova fu in un certo qual modo profetico con Cagliostro. Aveva diciott’anni più di lui essendo nato nel 1725. Probabilmente fu proprio la differenza d’età che permise a Casanova di intuire la vera natura dei pellegrini incontrati ad Aix, e di non subire il fascino di Giuseppe Balsamo.  

 

Giacomo Casanova, 1774

 

Un altro personaggio disprezzato da Casanova fu il conte di Saint-Germain, che tentò di rubare proprio a Casanova i favori della marchesa d’Urfè, nonché le grandi somme che la stessa offriva a Casanova quale membro dei Rosa+Croce per le sue segretissime missioni in tutta Europa. Casanova, pur sapendo che il conte di Saint-Germain, fosse un truffatore, non riuscì mai a capire il trucco della fabbricazione dell’oro che proprio il conte riusciva a simulare. In sostanza né Cagliostro, né Saint-Germain ebbero la stima di Casanova.. spesso i simili tendono a disprezzarsi, come per una sorta di antipatia professionale. Tuttavia non può essere negato che come Casanova, anche Cagliostro, e forse con ancor più forza, non lasciano indifferenti. Non lasciarono indifferenti i loro contemporanei, continuano a non lasciare indifferenti noi contemporanei, e continueranno a non lasciare indifferenti i contemporanei di domani. Anche se lo spaccato di Cagliostro che ho tratteggiato non è certamente tra i più a lui favorevoli, non posso che rilevare quanto la sua figura riesca ad affascinare anche i più scettici. Non ritengo fondate le asserite doti taumaturgiche di Cagliostro, la sua profondità spirituale che, secondo taluni, gli permetteva di viaggiare nello spazio e nel tempo. Rimango scettico persino rispetto ai suoi scritti. Perché se è vero che, in un certo qual modo, Cagliostro riuscì già nel Settecento a comprendere quella che due secoli dopo sarà da Einstein concepita come la teoria della relatività, è pur vero che il pensiero, alchemico, ermetico, mistico di Cagliostro era già stato concepito, elaborato, sviluppato un secolo prima, da colui che universalmente viene definito il martire del libero pensiero: Giordano Bruno.

Pertanto le intuizioni di Cagliostro, alle quali comunque deve essere offerto il giusto riconoscimento in quanto rivoluzionarie rispetto alla fisica ed alla metafisica di quegli anni, non sono poi così nuove come taluni studiosi del Balsamo asseriscono. Quanto poi al fatto che taluni studiosi, tra cui proprio Pier Carpi, sostengano che Cagliostro e Balsamo furono due distinti e diversi personaggi, può trovarmi d’accordo solo nel senso che non furono due individui, due esseri umani, distinti, diversi, ma la loro diversità risiede nella naturale elevazione di un percorso di ricerca. È fuori dubbio che la personalità, la cultura, le conoscenze del Balsamo che lascia Palermo sono radicalmente diverse da quelle del Balsamo, ormai conte di Cagliostro, che viene portato in trionfo a Parigi. La diversità risiede nell’acquisita consapevolezza, nella capacità di trasformare, plagiare se stessi in una  forma nuova e migliore, più alta. Nella capacità di carpire taluni aspetti racchiusi nel segreto della natura universale delle cose. In questo Balsamo e Cagliostro sono due personaggi diversi. Ma guardando così le cose, possiamo dire che perfino Leonardo da Vinci, o Michelangelo Merrisi (il Caravaggio), solo per fare due esempi, furono più personaggi di se stessi. Per fare ancora un esempio, mi viene in mente, e non me ne vogliate, proprio il santo protettore di Noto: San Corrado. Pensate a quanto diverso egli era a Piacenza, e quanto nel suo eremo fuori le mura di Noto.

In conclusione, su Cagliostro non è certo possibile sottacere la sua grande forza mentale e spirituale, le sue geniali doti di avventuriero e di uomo che seppe cogliere lo spirito del proprio tempo con una grande conoscenza e consapevolezza del passato ma con lo sguardo e la  mente volte al futuro. Concordo con Montanelli quando afferma che Cagliostro continua ad essere un grande mistero che divide coloro i quali credono che sia stato una sorta di santo e quanti lo ritengono solo un impostore. Aggiungerei, però, che Cagliostro oltre che per noi sarà stato un grande mistero anche per sé stesso.

 

 

Brevi cenni sulla figura di Giacomo Casanova come Libero Muratore

 

Delineare la personalità di Giacomo Girolamo Casanova non è possibile in poche pagine, forse neanche in un solo libro. Pertanto, e nella speranza di non rendergli un’ingiustizia, proverò a tracciarne la figura del libero muratore. E gli darò spesso la parola perché egli, certamente meglio di me, potrà illustrare il suo essere massone. Tuttavia non posso esimermi da una brevissima parentesi sulla sua ricca vita, se non altro per dire che non fu solo, come spesso dai più viene descritto, un libertino, un “Casanova” verso il gentil sesso od un avventuriero. Casanova fu molto di più. E come non ricordare quel magnifico monologo nelle sue memorie nel quale pacatamente afferma che ogni uomo ha diritto di scegliersi un nome se quel nome non appartiene già a qualcuno. Di quando difese questo nome dalle accuse del borgomastro municipale, innanzi al quale era stato citato durante la sua permanenza in Germania. Argomentando in latino:

«Perché» mi disse «porta un falso nome?»
«Il mio nome non è affatto falso. Chieda al banchiere Carli che mi ha pagato cinquantamila fiorini.»
«Sono al corrente di questo, ma lei si chiama Casanova e non Seingalt. Perchè usa questo nome?»
«Assumo questo nome, o piuttosto l’ho assunto, perché è mio. Mi appartiene così legittimamente che se qualcuno osasse portarlo glielo contesterei in tutti i modi e con tutti i mezzi.»
«E in che modo questo nome le appartiene?»
«Perché ne sono l’autore. Ma ciò non mi impedisce di essere anche Casanova.»
«Signore, o l’uno o l’altro. Non può avere due nomi ad un tempo.»
«Gli spagnoli e i portoghesi ne hanno spesso una mezza dozzina.»
«Ma lei non è né portoghese né spagnolo: è italiano e, oltre tutto, come si può essere l’autore di un nome?»
«È  la cosa più semplice del mondo e la più facile.»
«Me lo spieghi.»
«L’alfabeto è proprietà di tutto il mondo e questo, credo, è incontestabile. Orbene, ho preso otto lettere dell’alfabeto e le ho combinate in modo da ottenere la parola Seingalt.  La parola così formata mi è piaciuta e l’ho adottata come mio appellativo, con la ferma persuasione che, visto che non l’ha portato nessuno prima di me, nessuno ha il diritto di contestarmelo e meno ancora di portarlo senza il mio consenso.»
«Come idea è piuttosto bizzarra e lei l’appoggia con un ragionamento più specioso che solido. Il suo nome infatti non può essere che quello di suo padre.»
«Penso che lei sia in errore, perché il nome che lei stesso porta per diritto d’eredità non è esistito dall’eternità, ma ha dovuto essere costruito da uno dei suoi antenati, il quale non l’ha affatto ricevuto da suo padre, quand’anche lei si chiamasse Adamo. Ne conviene signor borgomastro?»
«Ci sono costretto, ma è una novità.»
«L’errore è proprio qui. Ben lungi dall’essere una novità, questa è una cosa antichissima. Mi impegno a portarle domani una sequela di nomi tutti inventati da onestissime persone che sono vive e vegete e che ne godono in pace senza che a nessuno venga in mente di citarli al palazzo municipale per rendere conto a qualcuno, a meno che essi non li sacrifichino a danno della società.»
«Ma converrà che ci sono delle precise disposizioni di legge contro i falsi nomi!»
«Sì, contro i falsi nomi, ma le ripeto che niente è più vero del mio nome. Il suo, che rispetto senza conoscerlo, non può essere più vero del mio, perchè è possibile che lei non sia figlio di chi crede suo padre.»
Il borgomastro fece un sorriso, si alzò e mi accompagnò fino alla porta dicendomi che si sarebbe informato sul mio conto presso Carli. 
Alla fine ci riuscì Casanova a portare, almeno in Germania, legittimamente il nome di Seingalt.

Giacomo Casanova fu iniziato alla Massoneria all’età di 25 anni, nel 1750, in una delle tre logge esistenti allora a Lione: la Gran Loggia Scozzese”, la Loggia Amicizia” e quella chiamata “Amici scelti”. Anche se non vi sono documenti ufficiali che possano attestarlo, è assai probabile che Giacomo fu iniziato proprio in quest’ultima loggia. Un attore francese di nome Balletti, che come la maggior parte degli attori francesi doveva essere massone, ebbe certamente parte nell’ammissione di Casanova che fu Apprendista e dopo pochi mesi Maestro, a Parigi, nella loggia del duca di Clemont, Gran Maestro di tutte le logge di Francia dal 1743 al 1771. In epoca successiva ma imprecisata, Casanova divenne Rosa+Croce, come Cagliostro ed il conte di Saint-Germain. Ma non voglio essere io a parlarvi di Giacomo come massone, preferisco che a farlo sia lui stesso; gli cedo dunque nuovamente la parola.

 

Giacomo Casanova, 1760

 

«Un rispettabile personaggio, che conobbi in casa del sig. Rochebaron, mi procurò il favore d’essere accolto nella confraternita di coloro che vedono la luce. Divenni così aspirante frammassone. Poi, due mesi dopo, a Parigi, ricevetti il secondo grado e, alcuni mesi dopo ancora, il terzo, quello di maestro, che è il massimo. Tutti gli altri titoli che mi fecero prendere in seguito sono garbate invenzioni, di valore simbolico, che nulla aggiungono alla dignità di un maestro. Nessuno al mondo riesce a conoscer tutto, ma ognuno deve aspirarvi. Ogni giovane che viaggia, che vuol conoscere il mondo, che non vuol essere inferiore agli altri ed escluso dalla compagnia dei suoi coetanei, deve farsi iniziare alla massoneria, non fosse altro per sapere almeno superficialmente cos’è. Deve tuttavia fare attenzione a scegliere bene la loggia nella quale entrare, perché, anche se nella loggia i cattivi soggetti non possono far nulla, possono tuttavia sempre esserci, e l’aspirante deve guardarsi dalle amicizie pericolose. Coloro che entrano nella massoneria solo per carpirne il segreto, possono ritrovarsi delusi. Può infatti accader loro di vivere per cinquant’anni come maestri massoni senza riuscire a ottenere quello che si prefiggono. Il mistero della massoneria, di fatto, è per sua natura inviolabile. Il massone lo conosce solo per intuizione, non per averlo appreso, in quanto lo scopre a forza di frequentare la loggia, di osservare, di ragionare e dedurre. Quando lo ha appreso, si guarda bene dal far parte della sua scoperta a chicchessia, fosse anche il suo miglior amico massone, perché se costui non è stato capace di penetrare da solo il segreto non sarà nemmeno capace di profittarne se lo apprenderà da altri. Il  segreto rimarrà dunque sempre tale. Ciò che avviene nella loggia deve rimaner segreto, ma chi è così indiscreto e poco scrupoloso da rivelarlo non rivela l’essenziale. Del resto, come potrebbe farlo, se non lo conosce? Se poi lo conoscesse, non lo rivelerebbe. Lo stesso effetto che oggigiorno fa la confraternita massone su molti iniziati, facevano un tempo i grandi misteri che si celebravano ad Eleusi in onore di Cerere. Questi misteri interessavano tutti i Greci e i maggiori personaggi del mondo ellenico aspiravano ad esservi iniziati. Tale iniziazione era molto più seria di quella della massoneria moderna, nella quale si ritrovano dei farabutti e dei veri rifiuti dell’umanità.»

In verità dei rapporti tra Casanova e la massoneria non abbiamo che pochi frammenti. Sappiamo che intorno al 1758-59, durante la sua permanenza ad Amsterdam, Thomas Hope, durante una cena, lo invitò con lui alla loggia dei borgomastri. Si trattava di un grande onore, perché contro tutte le regole della massoneria, vi erano ammessi soltanto i ventiquattro membri che componevano la loggia, che erano i più ricchi della Borsa. Questo per quanto mi riguarda è uno scoop storico: Casanova ci informa del fatto che già a metà del Settecento esistevano le logge coperte, un vizietto più antico di quanto si credesse.... In onore di Giacomo i lavori di quella sera furono in francese. Piacque così tanto a quei fratelli che per tutto il tempo della sua permanenza ad Amsterdam lo nominarono membro soprannumerario. Incredibile Casanova! Fu persino invitato a partecipare ai lavori della Gran Loggia intorno al 27 di dicembre di quell’anno, ma una brutta influenza lo costrinse a letto e mancare all’invito. Così come vi erano logge coperte, già allora alcuni principi della chiesa erano massoni, tra questi Casanova ricorda un suo caro amico, il cardinale Antonio Branciforte Colonna, già nunzio a Venezia, fu cardinale legato a Bologna dal 1770 al 1777. Nelle sue memorie Casanova accenna che intorno al 1752 col cardinale Branciforte Colonna erano stati insieme in una loggia massonica e che poi avevano fatto cene squisite in compagnia di  belle ragazze. Casanova definisce il cardinale come un bontempone. 

Purtroppo sui rapporti tra Casanova e la Massoneria non abbiamo, almeno ad oggi, altro. In molti hanno creduto che Giacomo non fosse un semplice libero muratore, ma un vero e proprio ambasciatore della massoneria, così spiegherebbero i suoi numerosissimi viaggi in tutta Europa. Ma tale ragionamento, ad avviso non solo dello scrivente, appare poco probabile. Nelle sue memorie Giacomo raccontando tanti e tali fatti a lui sfavorevoli dà credibilità a tutti quelli a lui favorevoli. Infatti se crediamo a quelli sfavorevoli, e non abbiamo alcun motivo per non crederli accaduti, dobbiamo necessariamente e conseguentemente credere anche a quelli a lui favorevoli. Nelle memorie non fa mistero che durante il suo viaggio in Olanda fu anche un agente segreto al servizio del Governo francese. Se Casanova fosse stato un ambasciatore della massoneria, se il suo ruolo fosse stato quello di mettere in contatto i fratelli d’Europa divulgando e custodendo preziose notizie, di certo egli ne avrebbe fatto menzione nelle memorie, fosse solo per vanità. L’iniziato Casanova nelle sue memorie ci offre una descrizione bellissima di un laboratorio alchemico, e del modo di trattare i metalli. Casanova conosceva già che v’era un metallo più prezioso dell’oro. E non per il fatto che la Borsa ne stimasse un valore superiore,  quanto per le sue proprietà. Una vera e propria lezione di alchimia. Sentiamolo a colloquio con la marchesa d’Urfè:

«Dalla biblioteca passammo nel laboratorio e qui devo dire che rimasi veramente sbalordito. La signora cominciò col farmi vedere una sostanza che teneva sul fuoco da quindici anni e che doveva restarci per altri quattro o cinque. Era una polvere di proiezione, atta a trasformare in un minuto qualsiasi metallo in oro. Per alimentare costantemente il fuoco, aveva fatto costruire un tubo dal quale, per effetto del peso, scendeva nel fornello la quantità necessaria di carbone, cosicché qualche volta stava anche tre mesi senza mai entrare nel laboratorio ma non rischiava per ciò di trovar spento il fuoco. Le ceneri di scarto, invece, scendevano da un piccolo condotto che si trovavano sotto il fornello. Per lei, la calcinazione del mercurio era un gioco da bambini. Me ne mostrò un po’ calcinato e mi disse che, quando ne avessi avuto voglia, mi avrebbe insegnato come ottenerlo. Mi mostrò poi l’albero di Diana (si tratta del c.d. albero metallico che gli alchimisti ottenevano mescolando due metalli e un solvente), che la polvere di proiezione trasforma in oro del famoso Taliamed di cui era scolara. Taliamed, come tutti sanno, era il dotto Maillet e, secondo lei, non era morto a Marsiglia come aveva fatto credere l’abate  Le Maserier, ma era ancora vivo: anzi con un lieve sorriso aggiunse che riceveva spesso sue lettere. Se il Reggente di Francia gli avesse dato retta, secondo lei non sarebbe morto. In proposito mi raccontò che il Reggente era stato il suo primo amico e che era stato lui a darle il soprannome di Egeria (la ninfa che secondo la legenda dava i suoi consigli al re Numa Pompilio, nel bosco di Ariccia) e a farla sposare al Marchese d’Urfé. Possedeva anche un commento di Raimondo Lullo (mistico, poeta e missionario catalano – 1232/1316 – autore  di parecchie opere come l’Ars magna et ultima, che trattano di alchimia) che spiegava ciò che aveva scritto Arnaldo di Villanova dopo Ruggero Bacone e Geber, i quali, sempre secondo lei, non erano morti. Il prezioso manoscritto stava in un cofano d’avorio di cui lei custodiva la chiave, anche se nessuno metteva piede nel laboratorio. Mi mostrò quindi un barile pieno di platino del Pinto (platino estratto dal Pinto, in Giamaica, il Vood che aveva fornito il platino alla marchesa d’Urfé, e che fu sempre un mistero per i commentatori di Casanova, è stato identificato da J.R. Childs in Charles Wood, che nel 1741 scoprì in Giamaica dei campioni di platino provenienti dal rio Pinto de Cocho e che per primo lo introdusse in Europa tra il 1741 e il 1743), che poteva tramutare in oro  a piacere. Glielo aveva regalato personalmente, nel 1743, Vood. Mi fece vedere lo stesso platino in quattro vasi diversi: in tre il platino s’era conservato intatto nell’acido solforico, nitrico e sodico; nel quarto, dove la signora aveva usato acqua regia (miscela di acido nitrico  e di acido cloridrico), non aveva resistito. Lo fondeva con lo specchio ustorio e mi spiegò che era il solo metallo che non si potesse sciogliere diversamente, e questo, a suo parere, dimostrava che era superiore all’oro. Me lo fece anche vedere precipitato con sale ammonico, con il quale non si era mai ottenuta la precipitazione dell’oro. Aveva un athanor (un grande forno, fatto di terra e di mattoni e alimentato a carbone) in funzione da quindici anni. Il camino era ancora pieno di carboni neri e ne arguii che la signora lo aveva adoperato un paio di giorni prima.»

 

Giacomo Casanova, 1788

 

Cosa hanno in comune Mozart, i Da Ponte, Caterina II, Cagliostro, Giorgio III d’Inglilterra, Farinelli, Federico II di Prussia, Ferdinando IV, Giuseppe II d’Austria, Luigi XV, Montesquieu, il duca d’Orlèans, la Pompadour, Jean Jacque RousseauSaint-Germain, Voltaire, per citarne solo alcuni? Tutti conoscevano e stimavano Casanova, il quale rappresenta quel sottile filo rosso che collega tutti gli uomini e le donne che con le loro gesta hanno disegnato e caratterizzato il secolo dei Lumi. “La storia della mia vita” è senza dubbio la più bella espressione letteraria del Settecento, forse l’unica leggendo la quale si possa estrarre l’essenza stessa di quello straordinario complesso contraddittorio secolo. Una prosa leggera ed estremamente colta, piccante ma mai volgare o tale da offendere minimamente il lettore, travolgente. A parer mio le memorie non hanno tanto il merito di aver tramandato Casanova ai posteri, di averlo collocato nella storia tra i grandi uomini, quanto quello più alto di averlo realmente reso immortale, vivo, complice ed amico del suo lettore che di lui s’è inconsapevolmente innamorato. Dopo aver letto le memorie non si può non provare che un velo di tristezza… ma subito passa perché una parte dello spirito di Casanova entra a far parte della nostra  vita: un piccolo grande raggio di sole che per sempre, sinceramente, segretamente  ci guiderà nel nostro cammino. In molti hanno dedicato la vita alla ricerca della pietra filosofale al fine di possedere ricchezze e l’elisir di lunga vita, ma in pochi l’hanno trovata. Casanova e tra i pochissimi che l’hanno trovata. Lui l’ha trovata nelle sue memorie. In conclusione, prendendo a prestito le parole di Indro Montanelli, “Giacomo Casanova rappresenta il vero italiano del Settecento, apolide e cosmopolita, condannato a una vita corsara dalla mancanza di una patria, di una società, di una fede e di una morale.” Il vero europeo aggiungerei sommessamente.

 

Vedasi anche l'interessante articolo "Giacomo Casanova e la Magia"

Ulteriori Notizie: Casanova su Wikipedia - Manoscritto Originale Digitalizzato de "Histoire de ma vie"

 

 

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