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Paolo di Taranto

 

 

Una ricerca a cura del dott. Luigi Braco


 

Nel XIII secolo l’Occidente era entrato in contatto con il corpus alchemico arabo di opere attribuite a Geber. Il Geber tradotto dall’arabo, sulla scorta di studi approfonditi, non ha nulla a che vedere con il Jabir ibn Ḥayyan, filosofo (fiorito tra l’VIII e IX secolo), ma è frutto di ambienti ismaeliti e fu redatto intorno al XII sec.. Di questo gruppo di opere, sicuramente apocrifo, particolare risonanza ebbe un "Liber de Septuaginta", la cui prima traduzione latina si deve probabilmente a Gerardo da Cremona e che influenzò fortemente molte opere di alchimisti successivi, come ad esempio il "Liber de Mineralibus" attribuito ad Alberto Magno. Tale corpus diffuse, comunque, la fama del Jabir alchimista che, nell’immaginario del Medioevo latino, entra così a far parte del novero di saggi arabi che, nelle citazioni degli scritti alchemici, andavano ormai ad affiancare i già lunghi elenchi dei filosofi e maestri di tradizione greca. Nasce così il corpus del cosiddetto Geber Latino, un gruppo di opere pseudoepigrafiche che, senza alcun dubbio, furono tra le più influenti del Medioevo latino. Tra queste opere, la più influente in assoluto fu sicuramente la "Summa Perfectionis", opera che rivela una sistematicità di esposizione ed una padronanza di fonti non comune per le opere del tempo. Solo da pochi anni gli studi di Newmann spingono a ritenere che l’autore di quest’opera sia un oscuro francescano di Assisi, Paolo di Taranto, cui sono attribuiti alcuni manoscritti di opere la cui somiglianza ed affinità con le opere dello Pseudo-Geber latino hanno proposto all’attenzione degli studiosi l’attribuzione tout-court della Summa geberiana a Paolo di Taranto.
Paolo di Taranto fu autore di una "Theorica et Practica", in cui si attinge al "Liber de voce Bubacaris", opera tradotta dal "Kitab-al-Asrar" di Razi, e dal già citato "Liber De Aluminibus et Salibus."
Tali fonti compaiono anche in un’opera (che per ampiezza e sistematicità appare successiva) che reca il titolo di "De investigatione perfectionis", attribuita allo stesso Paolo di Taranto. Il materiale di queste due opere, integrato con citazioni per lo più provenienti dal "Liber de Septuaginta", si ritrova pressoché immutato nella "Summa Perfectionis", che appare così il compimento e l’ordinamento teorico degli elementi esposti in precedenza nella "Teorica" e nel "De investigatione".
Su Paolo di Taranto, che secondo alcuni manoscritti “fuit lector fratrum minorum in Assisio”, non abbiamo tracce documentali duecentesche. Il primo documento risale ad un repertorio compilato nel 1325 da un “Frate Dominicus monacus monasteri Sancti Proculi in Bonomia” che recita “Item liber fratris Pauli ordinis minorum qui incipit….”. L’aggiunta, del resto non riscontrabile altrove, della qualifica di lettore appartiene a manoscritti successivi.
Da numerosi passi della Teorica traspare una reale conoscenza del territorio tarantino che cancella molti dubbi in merito alla storicità del misterioso frate. Sicuramente, dunque, il nostro Geber proveniva effettivamente dal meridione italiano. - di Massimo Marra

 

"Paolo di Taranto al Crocevia dell'Alchimia Medievale" di Michela Pereira

 

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